Via crucis I
Posted on gennaio 14th, 2010 in No Comments »
PUBBLICATO SUL BLOG PRECEDENTE GIA’ IN DATA 05/11/2009
Dedicherò a partire da oggi qualche attenzione, in più stazioni o “puntate”, alle angosciate proteste di vescovi e politici per la sentenza di Strasburgo contro i crocifissi, dettate non già dalla pretesa di continuare a marcare il territorio, come qualcuno potrebbe maliziosamente pensare, ma dall’altruistica preoccupazione che noi italiani veniamo privati di una “tradizione” che è “di tutti” (come la pizza o la mafia) e ”non offende nessuno” (Bersani).
Comincio riproducendo un mio appunto della Pasqua 1988, trovato fra le mie carte e relativo a un vecchio articolo di Natalia Ginzburg, riproposto oggi da Rosy Bindi, Vito Mancuso, Marco Travaglio ed altri.
Prima stazione. Un crocifisso per Natalia
Su L’Unità del 25 marzo la Ginzburg sposta l’attenzione dalle “piccole virtù” colte dentro le mutevoli pieghe della vita quotidiana al “disonor del Golgota”. Gliene offre occasione la signora Montagnana, insegnante di Cuneo, che ha incautamente tolto dalle pareti scolastiche il crocifisso provocando l’irata sollevazione di tutta la bigotteria nazionale e che è stata costretta a riappenderlo con una grida delle preposte autorità.
Ingiustamente, concede la Ginzburg, perché “per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione”. Ma ha torto a volerlo togliere da tutte le aule scolastiche. “Ogni imposizione delle autorità è orrenda… Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non lo vuole. Dovrebbe essere una libera scelta”, avverte la Ginzburg. Senonché questa libertà all’occidentale coincide col suo contrario, è la libertà per gli uni di toglierla agli altri poiché l’insegnante allergico al crocifisso dovrebbe, spiega poi la Ginzburg, “consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse [il crocifisso], dargli ascolto e ubbidire”. Così anche la concessione di poche righe sopra sparisce e l’insegnante giustamente ribelle all’autorità “orrenda” del preside dovrà “ubbidire” al suo figlioletto, o a quello imboccato dal parroco, che uno per classe lo si trova sempre. Nel paradiso orwelliano alcuni animali sono più uguali degli altri. Da noi è pacifico che alcune bestie siano più libere delle altre. Il figlio del parroco può ordinare il crocifisso come oggetto d’arredo. Ma il figlio di Marx? E il figlio di nessuno?
Le soluzioni veramente alla pari sarebbero due: o consentire a tutti di affiggere sui muri di classe, come nelle loro variopinte stanzette, i simboli più graditi, da Cristo a Marx, alla Cicciolina; o, e sembrerebbe cosa di elementare buon senso, escluderli tutti.
Ma la Ginzburg non demorde: “molti sono stati venduti, traditi e martoriati per una loro fede… e di loro sui muri delle scuole non c’è l’immagine. E’ vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti… Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli…”.
Così si trasforma il “Gesù storico”, che fu certo un “rivoluzionario” (come ci si ricorda fin con troppa insistenza anche da parte marxista), ma espressione di una rivoluzione specifica e inscindibile dai suoi limiti, entro cui si radica e da cui trae legittimazione il tradimento della sua Chiesa, in simbolo di ogni rivoluzione umana. Si astrae da tutte le concretizzazioni storiche che fanno del crocifisso il simbolo della sottomissione dei sassoni all’impero carolingio, delle crociate, del massacro di Costantinopoli, della strage di Béziers, della conquista spagnola, delle torture dell’Inquisizione, dell’ostentata ricchezza ecclesiastica sul petto dei cardinali, del sigillo cattolico messo sulla vita e sulla morte come si mette il cappello in treno per tenere il posto, o si marchiano a fuoco le vacche per garantirsene la proprietà. Si astrae dalla croce come simbolo ormai di una specifica confessione religiosa, della Chiesa di Roma, per ridurla a “segno del dolore umano” cui, spiega la Ginzburg, “diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero”.
Ma proprio in questo modo, senza avvedersene e liberando il crocifisso dai significati più aberranti, se ne svela quel significato storico ultimo che nessuna manipolazione può cancellare, lo si inchioda a quell’idea di una vita terrena come croce, che “da troppi secoli” si usa per rinviare l’eguaglianza (predicata e promessa dal cristianesimo) all’altra vita. E si conferma che il crocifisso è usato come avvertimento intimidatorio, da Wojtyla & soci, contro chi vuol cercare di togliere, dalle aule e dalla vita, la croce cui è legata la loro fortuna.
(segue)

