Via crucis III
Posted on gennaio 14th, 2010 in No Comments »
PUBBLICATO SUL PRECEDENTE BLOG GIA’ IN DATA 12/11/2009
Terza stazione. A quanti “laici” piace quella croce…
Vito Mancuso e il bisogno di “modelli”. Vito Mancuso è un teologo alla moda, “progressista” a fasi alterne, che predica una variante del cattolicesimo (potremmo dirla mancusianesimo come ci furono il pelagianesimo, il giansenismo e così via) gradita ai palati “laici” di “Repubblica” specie su temi come il testamento biologico, ma stravagante e poco credibile quando pretende di dirsi ancora cattolicesimo pur cassando inferno, peccato originale e altri quattro-cinque dogmi centrali per la Chiesa di Roma.
Da qualche tempo, Mancuso pare essere entrato comunque nella fase no. Dopo aver condiviso l’idea di Ratzinger secondo cui senza Dio non c’è morale, ha sposato la tesi di Cacciari per cui la religione cattolica dovrebbe essere insegnata come materia obbligatoria nella scuola italiana e adesso si è schierato a favore del crocifisso nelle scuole (“La repubblica”, 7 novembre), con tre argomenti:
1) Il primo è l’argomento di Natalia Ginzburg, secondo cui il crocifisso è un simbolo universale, “di tutti”, il simbolo dell’impegno a favore del bene e della giustizia anche a rischio della propria vita. “E perché dovremmo privare i nostri ragazzi di questo richiamo?” domanda Mancuso. In realtà il crocifisso è stato, contemporaneamente, il simbolo della crociata, della conquista, della messa a morte di eretici e streghe, fino a diventare il simbolo di una specifica religione, il cattolicesimo, e come tale è percepito – tanto più in Italia. E perché dovremmo propagandare presso i ragazzi questa religione e i suoi simboli, a preferenza di altre, o di nessuna, nella scuola di tutti?
2) Il secondo argomento è che l’anima umana, specie dei giovani, ha bisogno di “modelli”. E quale modello migliore di questo, che ci viene “dalla nostra tradizione spirituale, culturale e civile”? E così si torna all’idea molto gettonata del crocifisso come “bandiera nazionale”, di cui parla Filippo Gentiloni (“il manifesto”, 8 novembre) chiedendosi se la Chiesa cattolica sia disposta a pagare questo prezzo, cioè ad accettare il declassamento del Cristo a “bandiera nazionale”, purché il crocifisso sia “di tutti”. Domanda ingenua, poiché per ottenere o conservare potere la Chiesa è disposta alle più inconfessabili nefandezze.
Ma questo Cristo della “tradizione”, non è un simbolo “innocente”, realmente di tutti. È il Cristo della “nostra” tradizione, fondatore della Chiesa e che serve a farci “crescere” in essa. Cosa gradita del resto a Mancuso, che suggerisce di rendere anche la religione cattolica materia obbligatoria nelle scuole col pretesto che servirebbe a insegnare la “religione”, al giorno d’oggi essenziale, limitandosi per ragioni di tempo a quella “nostra”, “italiana”. E perché per la filosofia e la storia non si fa lo stesso? Siamo alle solite: col pretesto di garantire un “modello”, o un “insegnamento”, si sponsorizza e privilegia quello cattolico, imponendolo a tutti.
Per tranquillizzare poi chi avvertisse la partigianeria dell’operazione, Mancuso assicura che a tutti i modelli si può comunque ribellarsi e che anche “l’ateismo ha da guadagnare nel confrontarsi col simbolo della croce… perché ci sia negazione ci deve essere qualcosa da negare, sennò c’è solo il nulla, l’afasia”. Come a dire, con la tipica arroganza clericale, che l’alternativa al modello cattolico è il nulla, mentre è una pluralità di tradizioni, e di modelli – che dovrebbero essere tutti presenti sul terreno delle proposte culturali, e tutti assenti dai muri, nella scuola “di tutti”.
3) Infine ecco il terzo argomento: “la croce è presente non solo nelle aule scolastiche, ma in molti altri simboli e luoghi, nei quali non si vede perché debba rimanere se nelle aule scolastiche viene considerata una minaccia”. E come esempi di croci da eliminare porta quelle che appaiono nelle bandiere, negli stemmi delle città, in migliaia di opere d’arte. Porta anche come esempio di un’opera che non si può leggere “senza turbare la libertà religiosa dei non cattolici” la Divina Commedia. Argomenti talmente risibili da lasciare basiti: chi mai dirà che non si possono leggere Feuerbach, o Marx, o Lutero per non turbare i cattolici? Neppure i clericali (adesso…) lo dicono. E che nesso c’è fra togliere il crocifisso dalle scuole e – come sarebbe giusto – da tribunali, ospedali e altri luoghi pubblici dove è “appeso” e cancellarlo da opere d’arte o bandiere in cui si trova? Forse perché le lampade a petrolio sono state tolte dai locali dove servivano per far luce, si toglieranno le loro rappresentazioni dai quadri o si cancellerà il loro nome dai libri dove se ne parla?!
Anche per Magris la croce è “di tutti”. Claudio Magris ha voluto esercitarsi (”Corriere” del 7 novembre) sul tema del crocifisso che è “di tutti” in quanto simbolo di sofferenza e di amore che non offende nessuno – come dice Bersani – nonostante le nefandezze delle “sue” Chiese.
Ma sfugge a Magris che una sola Chiesa lo rivendica e ne rivendica l’ostensione in luoghi pubblici, con ciò rimarcando il carattere non asettico o di simbolo universale ma di simbolo che serve a una religione specifica per marcare il territorio togliendolo alle altre, o agli atei. E qui è il punto, che non di Gesù si parla – buono o rivoluzionario, esistito o anche no, mito o leggenda – ma del crocifisso impugnato dai crociati, dai conquistadores spagnoli, dagli inquisitori, dalle suorine che infestano il capezzale dei moribondi. Del crocifisso della Chiesa di Roma.
Quello stesso crocifisso che non lascia in pace l’alunno Sami Albertin, la cui famiglia ha promosso la causa conclusa con la sentenza di Strasburgo. Un alunno che Magris, mentre deplora come non cristiani i forum e i blog che lo hanno insultato, insulta a sua volta trattandolo con ironia, col tipico stile tartufesco cattolico-italiano, da “molto sensibile e delicato” perché non sopporta la croce…
Distinguere Gesù dal crocifisso è possibile. Spiace che anche Travaglio difenda “quella croce” (“Il fatto quotidiano”, 7 novembre) con gli argomenti esposti vent’anni fa dalla Ginzburg e oggi ripresi dalla Bindi e, come si è visto, dal teologo “progressista” Vito Mancuso. In realtà, anche a voler condividere la lettura prevalente (benché non unica) della figura di Gesù proposta da Natalia Ginzburg, ciò non autorizza ad estendere tale lettura al crocifisso, ignorando i molteplici e contrari significati di cui quel simbolo, come si è già detto, si è caricato nei secoli.
E che tale distinzione sia possibile lo testimoniano le comunità cristiane di base, come l’isolotto di don Enzo Mazzi, o il Movimento cattolico dissidente “Noi siamo Chiesa”, o le comunità evangeliche e i valdesi – tutte realtà che si richiamano al messaggio di Gesù più, verrebbe da dire, del Vaticano e che hanno plaudito ufficialmente alla sentenza di Strasburgo, come un passo avanti sulla via della laicità delle istituzioni.
Non hanno plaudito invece, ma hanno conservato lo stesso silenzio che mantengono sempre quando si tratta di criticare il Vaticano e difendere i diritti civili, i vari Zanotelli, Ciotti, Pax Christi, Nigrizia e altri cattolici alla moda.
(fine)

