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9. Alessandro VI autorizza la “conquista”

Proprio Alessandro VI, nella bolla Inter caetera del 1493, all’indomani della scoperta dell’America, assegnò a Spagna e Portogallo tutte le terre “trovate e ancora da trovare”, affermando ipocritamente, come già Niccolò V, che voleva così rispondere al desiderio dei principi cattolici di “guadagnare al culto del nostro Redentore e alla professione della fede cattolica i loro residenti”.
E’ soprattutto interessante che Alessandro VI giudichi questa assegnazione un “dono”. Così, in un modo che a dei cristiani dovrebbe sembrare blasfemo, all’immagine del “figlio dell’Uomo” che non ha un giaciglio dove posare il capo si sostituisce quella del papa che si proclama padrone di tutte le terre del mondo “scoperte e da scoprire”, “grazie all’autorità di Dio onnipotente conferitaci in san Pietro e della vicaria di Gesù Cristo” (89), al punto da poterne fare dono a questo o a quel re cattolico, infischiandosene dei legittimi proprietari, ossia dei loro abitanti.

Evangelizzazione e genocidio
Si stabilisce così quel diritto di evangelizzazione, che darà legittimità alla conquista e al genocidio, sanciti dal documento elaborato nel 1513 dai giuristi di corte spagnoli sulla falsariga della visione di Niccolò V e Alessandro VI, ossia il Requerimiento, scritto per essere letto ai nativi via via raggiunti dai conquistatori, al fine di spiegare loro perché dovevano sottomettersi al papa e ai re cattolici, pena gravi castighi: “Vi notifico e faccio sapere come meglio posso che Dio nostro Signore, uno ed eterno, creò il cielo e la terra e un uomo e una donna dei quali noi e voi e e tutti gli uomini del mondo furono e sono discendenti …. Dio nostro signore incaricò di tutte queste genti un solo uomo che fu chiamato San Pietro, perché fosse signore e superiore a tutti gli uomini del mondo, a cui tutti obbedissero e perché fosse capo di tutto il lignaggio umano ovunque gli uomini vivessero e si trovassero, e secondo qualunque legge, setta o credenza, e donò a lui tutto il mondo come suo regno, signoria e giurisdizione. E secondo il suo volere gli comandò di porre il suo trono a Roma, il luogo più adatto per reggere il mondo, ma … giudicare e governare tutte le genti, cristiani, mori, ebrei, pagani e di qualunque altra setta o credo. Ed egli fu chiamato Papa, che significa ammirabile, superiore, padre e protettore, poiché è padre e governatore di tutti gli uomini…
“Per concludere vi prego e chiedo come meglio posso di comprendere bene quanto vi ho detto, di prendere tutto il tempo necessario per comprenderlo e deliberare al riguardo, e di riconoscere come signora suprema nell’universo mondo la Chiesa e il Sommo Pontefice, chiamato Papa, in suo nome, e il Re e la Regina come nostri signori in sua vece, sommi signori e reggenti di queste isole e terre, in virtù della suddetta donazione, e che consentiate e permettiate a questi padri religiosi di comunicarvi e predicarvi i suoi precetti….
“Se invece non accetterete o vi perderete in maliziose dilazioni, vi certifico che con l’aiuto di Dio scaricherò la mia potenza contro di voi e vi farò guerra in ogni luogo e maniera che mi sia possibile, e vi sottometterò al giogo e all’obbedienza della Chiesa e di Loro Altezze, e catturerò voi stessi e le vostre donne e figli e vi farò schiavi e come tali vi venderò; e disporrò di voi come Sua Altezza comandi, e prenderò i vostri beni, e vi causerò tutti i mali e i danni che potrò” (90).

Il diritto naturale alla conquista…
Fra i primi a ridurre in servitù i nativi in nome dei re cattolici e della fede cristiana vi fu lo stesso Colombo, che tracciò la croce su tutte le isole in cui mise piede e attuò una durissima repressione soprattutto sull’isola Hispaniola, dove si parla di 50.000 vittime.
La ferocia del genocidio e le sue dimensioni (molti milioni di vittime) sono troppo note perché qui vi si insista, come sono noti i dissensi che sorsero fra gli stessi cattolici sul modo di procedere nella conquista, che tutti tuttavia in genere rivendicavano come diritto dei cristiani, compreso Bartolomeo de las Casas. Egli infatti si battè in difesa dei nativi americani ma, per alleviare il loro sfruttamento, suggerì di utilizzare mano d’opera importata dall’Africa, favorendo così la tratta degli schiavi… di cui pure furono responsabili molti paesi cattolici anche se non sempre la Chiesa (che in certi casi si oppose a fare schiavi gli indios, ma aveva poi nello Stato della Chiesa schiavi turchi!).
Meno noto è forse un altro argomento a favore della conquista e poi del colonialismo, fatto proprio ancora nel Novecento dall’Osservatore Romano e da Pio XI, come vedremo oltre. Tale argomento fu proposto dal cattolico e santo Tommaso Moro ne L’Utopia del 1516: “se i coloni [di Utopia] incontrano una nazione che respinge le loro leggi scacciano i nativi dal loro territorio con la forza delle armi. Secondo i loro principi la guerra è giusta e ragionevole quando è mossa contro un popolo che possiede immensi terreni non coltivati mantenendoli in condizioni di abbandono, soprattutto se questo popolo impedisce a coloro che giungono di lavorare la terra e trovarvi sostentamento secondo il diritto naturale” (91).
Curiosamente il diritto naturale, che di solito viene invocato per difendere la proprietà privata dei ricchi dagli attacchi degli operai, è qui invocato invece per giustificare l’espropriazione con le armi dei nativi, da parte dei “poveri” europei che ne hanno bisogno per sfamarsi.

10. Chiesa e Riforma

Ad Alessandro VI succedette, dopo il brevissimo pontificato di Pio III, Giulio II (1503-13), più capo militare che “pastore”, le cui guerre e le cui violenze sono note. Il suo bellicismo fu duramente condannato dal filosofo cattolico olandese Erasmo da Rotterdam negli Adagia del 1500: “Cosa c’è in comune fra la mitria e l’elmo, la santa tunica e la corazza di guerra, le benedizioni e i cannoni?”, scriveva Erasmo, “Con quale coraggio si insegna ciò che Cristo ha insegnato…quando poi si sconvolge il mondo nelle tempeste della guerra per ottenere il dominio di una piccola città… tu [Giulio II] che hai condotto alla morte così tante legioni, non hai guadagnato a Cristo una sola anima” (92).

Lo Spirito santo non è contro ai roghi
Dopo di lui salì al soglio pontificio Leone X de’ Medici (1513-21), il papa che con la sua raccolta di fondi per la fabbrica di San Pietro e la distribuzione scandalosa delle indulgenze innescò la rivolta di Lutero e la Riforma che divisero l’Europa cristiana. Al centro di intrighi e oggetto di un tentativo di assassinio da parte del cardinale Petrucci e altri, Leone sventò la congiura: “Il Petrucci, arrestato e processato, fu fatto strangolare in Castel S. Angelo il 6 luglio 1517; il de Nini e il Vercelli furono squartati” (93). Inasprì anche la persecuzione delle streghe, decretando, come si è già visto sopra, che nei casi più gravi fossero abbandonate al braccio secolare e infine, nella bolla Exurge del 1520, giustificò l’omicidio per ragioni di fede condannando questa proposizione di Lutero: “È contro la volontà dello Spirito che gli eretici siano bruciati” (94).
Guerre promossero i suoi successori Adriano VI, che aderì alla lega imperiale e tentò di organizzare una crociata antiturca, e Clemente VII.

Inizia l’inquisizione romana
Con Paolo III (1534-49) e fino a tutto il Seicento si susseguirono ventitré papi tutti coinvolti nella repressione sanguinosa delle eresie o in spedizioni militari, nel contesto dell’offensiva antiprotestante, eccetto tre (Marcello II, Urbano VII, Leone XI), che regnarono pochi giorni ognuno.
Paolo III, tre anni prima di aprire il Concilio di Trento (1545-63), costituì e organizzò con la bolla Ab initio l’inquisizione romana. Durante il suo pontificato furono decine gli eretici mandati al rogo, protestanti o valdesi (fra cui un loro esponente di rilievo come il Gonin), ma continuò soprattutto la repressione di massa dei valdesi, che nel 1532 avevano aderito alla Riforma. La crociata antieretica colpì le colonie valdesi della Provenza. Nel 1545 le truppe francesi, d’intesa con l’armata del papa che muoveva dalla vicina Avignone, strinsero in una morsa il borgo di Mérindol. “Il paese è devastato da bande di mercenari assoldati, i villaggi sono distrutti, pochi riescono a fuggire in Svizzera o in Piemonte; per gli altri non c’è che la morte o il triste destino di remare sino all’esaurimento sulle galere reali”. (94).
Dal 1550 al 1555 fu papa Giulio III, nepotista senza scrupoli, amante di rappresentazioni piccanti e lauti banchetti, che fece cardinale un probabile figlio. Condusse azioni militari contro Parma e Faenza, inasprì l’inquisizione che fece anche durante il suo pontificato numerose vittime e grazie al tradimento del pentito Pietro Manelfi potè distruggere gli anabattisti in Italia. Nello stato pontificio perseguì i bestemmiatori con pene severe e di classe, che andavano dalle multe per i nobili alla trafittura della lingua per i poveracci che non potevano pagare (95).

Il terribile Carafa e il futuro Pio V
Ma la repressione dell’eresia raggiunse il suo culmine con Paolo IV Carafa (1555-59), che nominò grande inquisitore Michele Ghisleri, detto dalla sua città d’origine l’Alessandrino, il futuro Pio V. Nel 1556, ad Ancona, furono mandati a morte 25 marrani (ebrei convertiti al cristianesimo).
Uno dei documenti più significativi del tempo, che fa comprendere come la Chiesa proclamasse senza alcun pudore il diritto a servirsi contro gli eretici della tortura fino alla morte, mettendo da parte ogni scrupolo, è il Decreta 1 del Santo Ufficio. Emanato da Paolo IV nel 1557, abbandona l’ipocrita raccomandazione di Innocenzo IV a evitare ai torturati “danni fisici permanenti e il pericolo di morte” e concede una vera e propria licenza di torturare e uccidere: “Poiché è frequente il caso che intervengano alle sedute della Congregazione in materia di eresia, che avvengono alla Nostra presenza, vari chierici, secolari o religiosi… e spesso può accadere che… abbiano pronunciato un voto o un giudizio che abbia causato la mutilazione di un membro del corpo o versamento di sangue fino alla morte naturale o che ne sia seguita, o siano pronti a pronunciarlo; Noi, volendo favorire la sicurezza e la tranquillità della loro mente e della loro coscienza, diamo licenza e facoltà ai suddetti chierici di emettere voti e sentenze che non solo comportino interrogatori e torture nei confronti dei rei … ma anche [per] una pena appropriata e una condanna fino alla mutilazione o al versamento di sangue fino alla morte naturale inclusa, senza per questo incorrere in censura o in irregolarità; e, oltre a ciò, se fossero incorsi in qualche irregolarità, li dispensiamo” (96).
Numerosi furono gli eretici mandati al rogo. Paolo IV si distinse inoltre per le campagne militari condotte, in alleanza con la Francia, contro l’impero. Spietato, e segnato da molte esecuzioni capitali, fu anche il suo governo dello stato pontificio. Il che spiega l’odio popolare esploso alla sua morte e che costrinse a seppellirlo nascostamente nei sotterranei vaticani.

La distruzione dei valdesi di Calabria
Ostile ai Carafa, cioè ai parenti di Paolo IV, fu il papa che gli succedette, Pio IV (1559-65), che in parte mitigò l’inquisizione, ma non pose fine alle esecuzioni degli eretici né alle pratiche omicide. I nipoti di Paolo IV, corrotti e responsabili di vari delitti, furono processati e condannati a morte, con l’eccezione del più giovane cardinale Alfonso, che ebbe la grazia. Sul patibolo finirono nel 1565 anche un esaltato che aveva progettato di eliminare Pio IV e i complici. Ma soprattutto, negli anni in cui regnò Pio IV, si ebbe la sanguinosa repressione dei molti valdesi che da tempo, per sottrarsi alle persecuzioni in Piemonte, si erano trasferiti e vivevano pacificamente in Calabria, con la tacita complicità dei poteri feudali e anche di quelli ecclesiastici.. Tale silenzio fu rotto dalla vivace predicazione di due valdesi inviati da Ginevra, il maestro Giacomo Bonelli e il ministro Gian Luigi Pascale. Morto sul rogo a Palermo il primo, impiccato a Roma, dopo vari processi a Cosenza e Napoli, il secondo, il terribile Ghisleri inviò nel 1560 degli inquisitori a indagare sulla situazione esistente in Calabria: “a Cosenza”, scrive Tourn, “iniziano gli interrogatori con l’inevitabile seguito di torture, delazioni, ammende:..lentamente il terrore si sparge nelle campagne. Gli abitanti delle zone valdesi abbandonano i villaggi e si rifugiano nei boschi e sulle alture” (97). Ma nel corso di un’operazione di rastrellamento alcuni reagiscono, ricacciando la spedizione punitiva, che lascia sul terreno non pochi morti. La reazione è terribile.
Nel 1561, con l’aiuto del vicerè di Napoli, le truppe papali ottengono la resa dei valdesi che si consegnano alle autorità. “Il 5 giugno S. Sisto con i suoi 6.000 abitanti, viene dato alle fiamme; Guardia Piemontese, conquistata poco dopo a tradimento…viene distrutta. I prigionieri sono arsi come torce, venduti schiavi ai mori, condannati a morire d’inedia nelle fosse di Cosenza. La repressione giunge al suo culmine nel massacro di Montaltro Uffugo, l’11 giugno, che un testimone oculare descrive in termini raccapriccianti: sulla scalinata della chiesa parrocchiale vennero scannati, come animali da macello, 88 valdesi, uno dopo l’altro, in un lago di sangue” (98).

11. Il più santo, il più assassino: Pio V

La strage dei valdesi di Calabria fu solo l’inizio per il Ghisleri, rappresentante dell’ala più intransigente dell’inquisizione romana. Le cose andarono anche peggio dal 1566, quando egli divenne papa Pio V (1566-72), come si può ricavare perfino dai racconti di storici cattolici, o addirittura clericali.

Contro eretici, gay e bestemmiatori
“Nella severità contro la bestemmia, l’immoralità, la violazione dei giorni festivi”, scrive la cattolicissima Storia della Chiesa diretta da Jardin, “ed anche nello zelo inquisitoriale egli non rimase addietro a papa Carafa. Lo si tacciava di voler trasformare Roma in un convento; le condanne dell’Inquisizione venivano notificate ed eseguite con pubblici autodafè…[82 processi solo a Venezia]. Nell’insieme tali provvedimenti repressivi sono tuttavia ben superati dal positivo lavoro costruttivo” (99) fra cui lo storico elenca la pubblicazione del catechismo, del breviario e del messale…
Difficile credere che queste opere “pie” bastino a cancellare l’empietà delle violenze, fra cui la trafittura della lingua e le galere per la bestemmia, o la decapitazione e il rogo per gli eretici (fra gli altri i protonotari apostolici Antonio Paleario e Pietro Carnesecchi, fattisi protestanti, o Nicolò Franco, editore e autore degli “avvisi”, antenati del nostro giornale), senza contare i murati vivi.
In quegli anni giunse al suo apice anche la repressione dei gay con le bolle Cum Primum (1566) e Horrendum illud scelus (1568). Per la prima volta si stabilì un rapporto diretto, come per gli eretici, fra le condanne dei tribunali ecclesiastici e la consegna dei condannati al braccio secolare, che di fatto, come sappiamo, significava fin dall’età di Gregorio IX esecuzione capitale.
E’ un altro esempio di come il papa abbia giustificato e “insegnato” il ricorso alla pena di morte. Ed è in applicazione di queste delibere di Pio V, valide non solo per lo stato della Chiesa ma anche per gli altri stati italiani, che Venezia diede a sua volta corso a processi ed esecuzioni capitali fino a quella di cui sarà vittima, nella seconda metà del Seicento, il priore e lettore di filosofia Antonio Rocco, autore del “libro turpe” L’Alcibiade fanciullo a scola, che racconta l’iniziazione di Alcibiade alla pederastia. Così giustificava una condanna al rogo la inquisizione veneziana: “Con ardentissimo foco sopra la piazza piena di moltitudine ha da bruciare lo peccatore nemico scelleratissimo del nostro Signor Jesus Cristo, come lo Santo Papa Pio V disse a noi di facere” (100).
Nello stato della chiesa, Pio V inasprì le pene comminate da Giulio III per chi bestemmiava e le estese a chi profanava la domenica, sempre con criteri di classe: “Un uomo del popolo”, scrive Ranke “il quale non possa pagare, per la prima volta deve stare un giorno davanti alle porte della chiesa con le mani legate dietro la schiena; per la seconda volta deve essere portato per la città e fustigato; per la terza volta, gli sia forata la lingua e sia mandato alle galere” (101).

Le imprese militari, Lepanto, il ghetto
Altre note azioni criminali, stragi e guerre, ammantate di cristiana pietà, ci narra Fabio Arduino, nel sito clericale già prima citato Santi e beati: “Pio V agiva con grande energia sul fronte della difesa della purezza della fede… Inviò in Francia proprie milizie contro gli Ugonotti tollerati dalla regina Caterina de’ Medici. Il re spagnolo Filippo II fu esortato da Pio V a reprimere il fanatismo anabattista nei Paesi Bassi….Per stornare la perpetua minaccia che i Turchi costituivano contro il mondo cristiano, il santo papa s’impegnò tenacemente per organizzare un lega di principi (Lepanto)”. Né sarà da trascurare che questo santo papa, scrive sempre Arduino, “per sottrarre i cattolici alle usure degli ebrei favorì i cosiddetti Monti di Pietà, relegando gli ebrei in appositi quartieri della città” (102), ossia nel ghetto…
La sua carità cristiana si espresse al meglio, quasi sul finire del pontificato e della vita, nella Lettera del 1570 al re cattolico Filippo II cui raccomandava: “[con gli eretici] riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore” (103). E’ questo autore e mandante di omicidi e stragi che ancora oggigiorno la Chiesa, dopo averne recentemente ripristinato il vecchio Messale in latino, addita quale esempio ai fedeli, venerandolo come santo.

Un degno successore
Sulla linea di Pio V si mosse il successore Gregorio XIII (1572-85), sotto il cui pontificato numerosi furono gli eretici e gli ebrei mandati al rogo. Egli partecipò anche alla lega antiturca e teorizzò l’omicidio politico (per ragioni di fede) facendo scrivere dal suo segretario di stato al nunzio pontificio in Spagna a proposito della regina d’Inghilterra Elisabetta I: “Chiunque la toglie dal mondo al debito fine del servizio di Dio, non solo non pecca ma si acquista merito, soprattutto tenendo conto della sentenza lanciata contro di lei da Pio V” (104).
A Gregorio XIII si deve anche un ulteriore inasprimento del giudizio sugli ebrei e della repressione contro di loro con la bolla De judaeorum del 1581, con la quale si assimila l’ebraismo a stregonerie, commerci col diavolo, insulti alla religione cristiana, includendolo nella “perversione eretica” su cui è competente a indagare l’inquisizione, con l’autorizzazione a procedere “come nelle cause della fede”, che sappiamo prevedere il rogo anche se qui si parla solo di pene più lievi quali fustigazioni, galera perpetua ecc. (105).

La notte di San Bartolomeo
Ma Gregorio XIII è noto soprattutto per un evento di dieci anni prima, la notte di San Bartolomeo del
1572, quando 10.000 ugonotti furono trucidati a tradimento in Francia dai cattolici.
Il papa – “male informato sulla dinamica dei fatti” (secondo apologeti clericali come Vittorio Messori), cioè credendo che fosse stato sventato un attentato ai reali di Francia – fece celebrare un Te Deum di ringraziamento così però narrato perfino sul sito ufficiale del Vaticano da Vittorino Grossi: “Sotto il pontificato di Gregorio XIII si ebbe la ‘notte di San Bartolomeo’… vale a dire la strage dei capi anticattolici (gli Ugonotti) a motivo dello sposalizio tra Enrico di Navarra dei Borboni, già capo degli Ugonotti, e Margherita di Valois, sorella del re di Francia. Ciò fu motivo in Francia di lotta di supremazia tra il cattolicesimo e il protestantesimo. La vittoria cattolica si concluse con il ringraziamento del papa nella chiesa nazionale di san Luigi dei Francesi”(106).
Del resto non sembra che in seguito, pur avendo il tempo di prendere opportune informazioni, il papa abbia cambiato avviso se è vero che, dopo aver festeggiato “con luminarie e tridui” lo scampato pericolo per la monarchia francese, “fece coniare una medaglia commemorativa dell’avvenimento, dando inoltre incarico al Vasari di affrescare nella sala Regia del Vaticano, insieme alla Battaglia di Lepanto, anche la notte di S. Bartolomeo” (107) e, inoltre, temendo una riconciliazione fra cattolici e ugonotti, scrisse una lettera al nunzio apostolico in Francia cardinal Orsini invitandolo a raccomandare al re di Francia Carlo IX, responsabile della strage di San Bartolomeo “che insistesse fortemente perché la cura così bene cominciata co’ rimedi bruschi non guastasse con importuna umanità”(108).

12. Sisto V: “le esecuzioni mi mettono appetito”

Nel 1585 salì sul trono di Pietro Sisto V (1585-90) che si meritò di passare in proverbio come papa “tosto” che “non la perdona neppure a Cristo” perché un giorno spaccò con una scure un crocifisso che le dicerie volevano “piangesse sangue” per mostrare il trucco, ossia le spugne intrise di sangue poste al suo interno (109).

Esecuzioni capitali a pioggia
Questo papa cui, come egli stesso ebbe a dire, le esecuzioni capitali mettevano appetito, in appena cinque anni di pontificato ne combinò “di tutti i colori”, tanto che lo storico von Pastor si è lamentato perché non gli è stato attribuito il titolo di “Magno”. E grande fu davvero, sia nel rafforzamento dello stato pontificio, che trasformò in un vero e proprio stato di polizia, sia nella lotta spietata contro i briganti, che colpì con la pena capitale, sia nella pratica su larga scala dell’omicidio.
Il giorno stesso della sua incoronazione, racconta Ranke, nonostante molte richieste di grazia, fece impiccare e appendere vicino al ponte di Castel S. Angelo quattro giovani che portavano un tipo di fucile vietato e poco dopo, sordo a ogni supplica, fece giustiziare un giovane ancora fanciullo, reo di aver resistito “agli sbirri che gli volevano togliere un asino” (110).
Sorte ancora peggiore toccò due anni dopo ad Annibale Cappello, “scomunicato da Sua Santità”, informa un foglio di Avvisi del 23 ottobre 1587, “per aver scritto a diversi principi contro ogni dovere et giustizia cose poco lecite di questa corte [papale]” (111). Il 14 novembre 1587 gli Avvisi di Roma ci dicono che giustizia è stata fatta: “Hier sera fu degradato in S. Salvatore del Lauro quel don Annibale Cappello, et questa mattina è stato condotto al luogo solito della giustizia in Ponte, dove prima li è stato mozza una mano, tagliato la lingua et impiccato”(112).

Pena di morte per aborto, adulterio, contraccettivi
Con la stessa inumana inflessibilità Sisto decretò che la pena di morte fosse estesa all’aborto (trattato come omicidio fin dal momento del concepimento benché allora l’aborto fosse ritenuto omicidio solo dopo ottanta giorni dal concepimento). Estese inoltre la pena capitale anche all’adulterio (bolla De temeraria tori separatione del 1586), all’incesto (Motu proprio sui casi di incesto nello stato della Chiesa del 1587)e perfino all’uso di contraccettivi (bolla Effraenatam del 1588).Tuttavia, in un’epoca di imperante maschilismo, Sisto si mostrò rispettoso delle “pari opportunità”, applicando equamente la pena di morte sia alle donne che agli uomini colpevoli dei succitati reati…
Numerosi ovviamente i roghi contro gli eretici oltre che le condanne a morte (con la forca, che non volle sostituita dalla mannaia) per reati comuni.

Le “voci bianche” lodano meglio il Signore
Sisto V inoltre, come scrive Uta Heinemann, favorì la diffusione della castrazione “quando nel 1588 proibì alle donne, alle quali già dal IV secolo era proibito di cantare in chiesa, di esibirsi anche nei teatri pubblici e lirici di Roma e degli Stati della chiesa” (113). I castrati, usati come cantori in chiesa da vari secoli nella chiesa greca, erano entrati da poco in quella occidentale, a partire dalla Spagna e uno di loro (lo spagnolo Francesco Soto) era entrato dal 1562 nel coro della Cappella Sistina. Ma solo dopo il decreto sistino del 1588 l’uso si diffuse e la castrazione, pur condannata dalla Chiesa fin dal IV secolo, fu tollerata o addirittura incoraggiata anche da vari teologi. Il gesuita siciliano Tamburini, ad esempio, la sosteneva perché così sarebbe stata “più dolce da ascoltare la lode di Dio” (114).
La responsabilità papale in questa mutilazione, che la dottrina cattolica equiparava all’omicidio o al suicidio (se autoinflitta), è indubbia. “I papi”, scrisse nel 1936 il gesuita Peter Browe, “sono stati proprio i primi che alla fine del XVI secolo hanno introdotto o tollerato nelle loro cappelle i castrati… ancora sconosciuti nei teatri e nelle altre chiese italiane” (115). “Nella cappella Sistina”, scrive Deschner, “per secoli hanno cantato con giubilo i castrati: fino al 1920! Non meno di trentadue ‘Santi Padri’…permisero senza scrupoli tale mutilazione” (116). In realtà 35, se si conta a dal 1562 (da Pio IV a Benedetto XV). “L’ultimo castrato della basilica di S. Pietro morì nel 1924” (117).

Seicento. Sangue, ancora sangue
Anche morto Sisto V, l’omicidio continuò ad essere di casa nello stato pontificio per tutto il Seicento, soprattutto attraverso la partecipazione dei vari papi a spedizioni militari e imprese guerresche, o alla inflessibile repressione dell’eresia. Gregorio XIV (1590-91), papa per un anno, mandò un esercito mercenario contro la Francia. Il successore Innocenzo X (1591), eletto già vecchio e quasi morente, non smise di incitare, dal letto in cui giaceva, alla guerra contro il re di Francia. Clemente VIII (1592-1605), oltre ad accentuare la repressione antiebraica, condannò a morte molti eretici. Gli sfuggì, dopo anni di dura carcerazione, simulando la pazzia, il filosofo Tommaso Campanella, ma non si salvò Giordano Bruno, che fu mandato al rogo con la lingua inchiavardata perché non profferisse bestemmie. Con la pena di morte Clemente risolse anche il processo contro la famosa Beatrice Cenci.
Paolo V (1605-21), che per primo condannò come contraria alle scritture la teoria copernicana e lanciò l’interdetto contro Venezia, perché intendeva processare e non consegnare alla Chiesa romana due chierici colpevoli di reati comuni, condannò a morte pochi giorni dopo la sua elezione un tal Piccinardi di Cremona, reo di aver scritto un libello contro Clemente VIII. In seguito prese parte alla sanguinosa guerra dei Trent’anni. Né ovviamente mancarono, sotto il suo pontificato, le condanne all’impiccagione o al rogo di numerosi eretici. Contro i protestanti e contro i turchi si schierò anche Gregorio XV (1621-23) che con la Omnipotentis dei del 20 marzo 1623, come si è già detto sopra, inasprì le condanne contro le streghe, stabilendo la pena capitale per chi era ritenuto responsabile di malefici mortali.
Anche Urbano VIII (1623-44), nepotista come pochi, prese parte alla guerra dei Trent’anni e si impegnò, perdendola, in una guerra contro il duca di Castro e Ronciglione, del cui ducato avevano cercato di impossessarsi i parenti del papa, i Barberini. Sotto il suo pontificato, oltre al processo e alla tortura di Galilei, si ebbero numerose condanne a morte di eretici o responsabili di aver offeso, come tal Giacinti Centini, la sovranità papale.
Per il resto del secolo, come si è già detto, si susseguirono papi spesso nepotisti e corrotti, in molti casi coinvolti in guerre locali (Innocenzo X riprese la guerra contro il ducato di Castro, che fu rasa al suolo dalle truppe pontificie nel 1649) o con i turchi (Clemente IX, Clemente X, Alessandro VIII, Innocenzo XII). Queste ultime favorirono anche un florido commercio di schiavi, posseduti dallo stato della chiesa come ci documenta il carteggio di Innocenzo X e altri papi. Alessandro VIII estese anche, con la bolla Cum alias felicis del 1690, i reati per cui era prevista la pena di morte nel suo stato. Sotto il pontificato di Alessandro VII (1655-57) e del “beato” Innocenzo XI (1676-89) si ebbero le ultime repressioni contro i valdesi condotte rispettivamente dal duca di Savoia su ispirazione della congregazione De propaganda fide nel 1655 (Pasque piemontesi) e dalle truppe franco-piemontesi nel 1686-89. Innocenzo XI riprese inoltre la serie delle impiccagioni per reati d’opinione nello stato della Chiesa, mandando alla forca nel 1685 Bernardino Scatolari, reo solo di aver scritto i soliti “foglietti” e.“carico di moglie e cinque figli” (118). Durante il suo pontificato fu perseguitato il quietista Miguel de Molinos, incarcerato a vita nel 1687, furono mandati a processo gli “ateisti” di Napoli e furono eseguite 65 pene capitali solo nella città di Roma, anche per reati minori dell’omicidio. Una decina di condanne capitali ebbe tempo di pronunciare a Roma nel suo breve pontificato Alessandro VIII (1789-91), mentre oltre una cinquantina di persone, di cui molte squartate, mandò a morte nella sola Roma Innocenzo XII, che fece anche decapitare dall’inquisizione due quietisti.

14. Un papa “illuminato” ma non troppo

Il Settecento iniziò, per lo stato della Chiesa, come il Seicento era finito, ossia con delitti, guerre ed esecuzioni capitali.

Clementi, ma solo di nome
Nei primi quarant’anni del secolo i due papi di maggior rilievo furono Clemente XI (1700-21), che comminò pene capitali anche per bestemmie o reati politici e mandò a morte in Roma oltre 60 persone per reati comuni, e Clemente XII (1730-40), che ne mandò a morte oltre 30, anche squartate e per reati politici. Benché cieco, ammalato e allettato, finanziava le crociate contro i mori. Nel 1735 poi fece arrestare da agenti del Santo uffizio lo storico Pietro Giannone, uno dei maggiori intellettuali italiani di quel periodo, che morirà nel 1748 nelle carceri sabaude. Nel 1739 fu arrestato a Firenze e rinchiuso nelle carceri della Santa Inquisizione in S. Croce anche il poeta massone Tommaso Crudeli che dopo 16 mesi di dura carcerazione ottenne di essere confinato nella sua casa di Poppi, dove morirà nel 1745.
Solo qualche decina di persone (sempre nella sola città di Roma) furono mandate a morte dai papi che si succedettero fra i due clementi: Innocenzo XIII e Benedetto XIII.

Benedetto XIV accusa gli ebrei di omicidio rituale
A Clemente succedette Benedetto XIV (1740-58), considerato il più grande pontefice del secolo, stimato da Voltaire e ritenuto “illuminato”. In realtà con Voltaire aveva in comune l’antisemitismo, che manifestò prima di tutto sostenendo la validità del battesimo anche se illecitamente imposto al neonato contro il parere dei genitori. In secondo luogo, e soprattutto, Benedetto XIV accreditò nella sua Lettera “Beatus Andreas” del 1755 la leggenda degli omicidi rituali, dando per accertato, anche sulla autorità di Sisto V che l’aveva beatificato, e di Gregorio XIII che l’aveva inserito nel Martirologio romano, che un bimbetto trentino, il “beato Simone”, sia stato ucciso nel XV secolo dagli ebrei in odio alla fede. A lui anzi Benedetto XIV aggiunse come caso certo quello di un bambino dei suoi tempi, il “beato” Andrea. La credenza di questo papa “illuminato” negli omicidi rituali è ribadita nella Lettera là dove afferma che il caso “di qualche Fanciullo ammazzato dagli Ebrei” solitamente “suol essere nella Settimana Santa in onta di Cristo, tali essendo gl’Infanticidi dei Beati Simone, ed Andrea” (119).
La posizione di Benedetto XIV è particolarmente grave perché nei secoli precedenti vari papi avevano definito priva di fondamento l’accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei. Adesso invece, con la sua autorità, si afferma una posizione opposta che durerà nella Chiesa al Vaticano II. Ancora agli inizi del Novecento, in una dichiarazione del Santo Ufficio approvata da Leone XIII, si legge: “Benché né in S. Officio né presso la Segreteria di Stato…nulla vi sia che abbia attinenza a tale accusa (le carte furono certamente involate in tempi di rivoluzioni, come dimostrasi da certi documenti che gli stessi ebrei metton fuori in loro difesa), pure è storicamente certo l’assassinio rituale, e ne parla Benedetto XIV; e la Santa Sede l’ha canonizzato con mettere sugli altari un bambino da essi ucciso in odio alla fede. Il detto assassinio è stato inoltre costatato e punito molte volte dai tribunali laici di Austria…” (120).
Inutile dire che così Benedetto XIV e i suoi successori fornirono a tali tribunali laici la giustificazione per commettere omicidi “reali” di ebrei, mandati a morte con queste false accuse.

Difendere la fede con le armi
A Benedetto XIV si deve anche l’ennesima giustificazione della guerra in difesa della fede. Egli scrisse infatti: “il dire poi… che la religione cattolica non si può né si deve difendere coll’armi, ma col solo aiuto delle prediche e delle preghiere, sembra una proposizione più che temeraria” (121).
Il papa respinse nel 1848 anche la richiesta, che gli fu fatta da numerosi vescovi, di mettere fine alla vergogna dei castrati, osservando che adottando tale misura si rischiava di “svuotare le chiese” (122). Sotto il suo pontificato, infine, morirono Giannone e Crudeli, cui si rifiutò di concedere la libertà.
Gli succedettero nel periodo rivoluzionario e della restaurazione papi insignificanti o reazionari o tutte e due le cose: Pio VI (1775-99), autore di un editto contro gli ebrei che inasprì la loro ghetizzazione e di un’enciclica per piangere l’esecuzione capitale di Luigi XVI, condannare la democrazia ed elogiare l’assolutismo, oltre che di alcune pene capitali; Pio VII (1800-23), che comminò oltre 160 pene capitali, anche esclusi i quattro anni in cui Napoleone lo cacciò dallo stato; Leone XII (1823-29), che ne comminò oltre 35 nel suo breve regno, fra cui i primi carbonari; Pio VIII (1829-30), che in due anni di regno ne comminò una dozzina. Si tratta di pene capitali, talvolta con squarto, non tutte per omicidio, talora anche per reati politici.

15. Il potere temporale non si tocca

Buona parte del secolo XIX fu dominata dalle figure di due grandi papi reazionari, Gregorio XVI (1831-46) e Pio IX (1846-78), che condannarono come “delirio” la libertà di coscienza e pretesero il carattere confessionale dello stato.

Analogie e differenze di due reazionari
Per qualche aspetto si diversificarono. Gregorio, ad esempio, fu il primo a condannare formalmente la schiavitù, ormai eliminata da tutti i paesi civili, mentre Pio IX arrivò a definirla non del tutto contraria al diritto naturale. Al contrario Pio IX alimentò per qualche tempo l’illusione di una svolta in senso liberale dello stato pontificio, retto invece nel modo più ottusamente assolutistico da Gregorio. Ma entrambi furono irremovibili nel difendere il potere temporale, ricorrendo sia a guerre e sanguinose repressioni, sia alle esecuzioni capitali, anche per reati inferiori all’omicidio o per reati politici: oltre 110 Gregorio, 131 Pio. Furono inoltre entrambi antisemiti.

Due papi antisemiti
Nel 1840, quando scomparve a Damasco un frate capuccino, Tommaso, e gli ebrei furono accusati del (supposto) rapimento e del (supposto) assassinio, la Santa sede accreditò la tesi della colpevolezza degli ebrei e fece anzi circolare in Europa in modo segreto un opuscolo antisemita da essa ispirato. Numerosi ebrei furono imprigionati e solo in seguito a pressioni internazionali liberati.
Anche Pio IX, accreditò nel 1867 la tesi dell’omicidio rituale e favorì le violenze contro gli ebrei, rafforzando il culto di Lorenzino di Marostica, un bambino del XIII secolo martirizzato dagli ebrei secondo la leggenda. Pio IX fece inoltre rapire dei bambini ebrei, per educarli cristianamente. Nel 1852, quando aveva un anno, essendo ammalato, Edgardo Mortara fu battezzato di nascosto dalla domestica cattolica. Tanto bastò: cinque anni dopo, quando la cosa fu risaputa, i poliziotti pontifici irruppero in casa dei Mortara su ordine delle autorità ecclesiastiche, rapirono il bambino e lo portarono a Roma, dove fu rinchiuso in un istituto religioso fino ad età adulta, quando (questa volta di sua volontà) si fece sacerdote. Inutili le proteste dei genitori e perfino di molti sovrani europei: per Pio IX era “scattato” il caso previsto da Benedetto XIV del battesimo legittimo anche se illecito.
Né il clamore suscitato dall’episodio modificò il comportamento di questo papa. Nel 1864, a Roma, l’undicenne Giuseppe Coen “fu fatto entrare con un sotterfugio nell’ospizio dei catecumeni” e lì rimase fino a quando uscì per diventare carmelitano “nonostante le clamorose proteste e l’immenso dolore dei famigliari: una sorella ne morì, la madre impazzì” (123).

Due papi illiberali
Ma i due papi si distinsero soprattutto nella repressione militare e giudiziaria delle rivolte liberali. Invocando l’aiuto dell’Austria, Gregorio XVI schiacciò già nel 1831 i moti di Ferrara e Bologna e poi via via in quasi tutte le città dello stato pontificio. A Roma, dove nel 1836 “a peggiorare la situazione arrivò anche il colera… tra le repressioni dei moti e l’epidemia i morti furono migliaia” (124). Nuove insurrezioni e repressioni si ebbero nel 1845.
Quanto a Pio IX, neanche quando ormai era chiara l’imminente fine del potere temporale, rinunciò a impiegare l’esercito, provocando nuovi morti, per difendere Roma prima contro i garibaldini, poi a porta Pia il 20 settembre; né rinunciò a far decapitare, nonostante la richiesta di grazia del re d’Italia, i patrioti Monti e Targetti, ultimi di una lunga serie di condannati a morte.

16. Le guerre “giuste” di due Pii

Con la fine del potere temporale, i papi non ebbero più la possibilità di mettere direttamente a morte i colpevoli di reati politici, religiosi o comuni e indire guerre, distruggere città ribelli, reprimere rivolte. Ma non per questo cessò il sostegno alla violenza, o l’ambiguo atteggiamento rispetto alla guerra.
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Pio XI giustifica le guerre coloniali

Quanto alle prese di posizione a favore della guerra ricordiamo che Pio XI (1922-39), per esempio, Al congresso internazionale delle infermiere cattoliche del 1935 giudicò favorevolmente la guerra coloniale “difensiva” degli italiani in Etiopia, rispolverando gli argomenti di Tommaso Moro prima ricordati: “una guerra …. divenuta necessaria per l’espansione di un popolo che aumenta di giorno in giorno, una guerra intrapresa per difendere o assicurare la sicurezza materiale di un Paese… una tale guerra si giustificherebbe da se sola”(125).
Concetti simili riportava “L’Osservatore Romano” ne L’idea colonizzatrice del 24 febbraio 1935 (“Le grandi ricchezze materiali che Iddio ha largamente profuso sulla terra per dare all’umanità benessere e pace, debbono essere poste a disposizione di tutti” e “si impone oggi il concetto…della collaborazione concorde fra le razze: fra dominatori e dominati”) o “La Civilità cattolica” del 1937 nell’articolo Giustizia ed espansione coloniale del gesuita Messineo (“Il diritto naturale permette di commerciare con tutti i popoli e coloro che rifiutano mancano di carità oltre che di giustizia…Se dunque queste popolazioni selvagge prendono le armi per impedire il commercio pacifico, non è forse vero che le nazioni civili hanno il diritto di armarsi … e di impadronirsi del territorio?”).

“Silenzi” e “parole” di Pio XII
Per quanto riguarda Pio XII (1939-58) sarà da ricordare non solo il “silenzio” contestatogli da molti storici sugli stermini nazisti contro ebrei, zingari, omosessuali e oppositori politici ma anche sui campi di concentramento allestiti in Croazia durante la seconda guerra mondiale dagli ustascia cattolici di Ante Pavlic, regolarmente ricevuto in Vaticano e responsabile dell’eliminazione di 300-600.000 serbi ed ebrei.
Più tardi, in piena guerra fredda, ripropose dopo l’insurrezione ungherese la dottrina della guerra “giusta”: “risultato vano ogni sforzo per scongiurarla, la guerra, per difendersi… da ingiusti attacchi, non potrebbe essere considerata illecita” (126), non escludendo neppure, come disse altra volta, l’uso dell’atomica: “E neppure si può porre in via di principio la questione della liceità della guerra atomica, biologica e chimica, se non nel caso in cui essa dovesse essere giudicata indispensabile per difendersi nelle condizioni già dette” (127).

Pio XI e Pio XII benedicono il franchismo
Cosa i due Pii intendessero per “difesa” è chiarito dal concorde sostegno dato (per sorvolare sulla loro politica nei confronti delle dittature fascista e nazista) alla insurrezione franchista contro il legittimo governo spagnolo. Nel Discorso ai figli perseguitati della Spagna del 1936, Pio XI disse: “la Nostra benedizione si volge in modo speciale a quanti si sono assunto il difficile e pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l’onore di Dio e della Religione” (128).
E, a vittoria raggiunta e instaurata la dittatura franchista, Pio XII nel Discorso del 1 aprile 1939 diceva: “Con immensa consolazione ci rivolgiamo a voi, figli carissimi della cattolica Spagna, per esprimervi le paterne congratulazioni per il dono della pace e della vittoria con cui Dio si è degnato coronare l’eroismo cristiano della vostra fede e carità…I disegni della Provvidenza si sono manifestati ancora una volta sull’eroica Spagna. La nazione scelta da Dio come principale strumento di evangelizzazione del Nuovo Mondo e baluardo inespugnabile della fede cattolica ha dato ai proseliti dell’ateismo materialista del nostro secolo la prova più alta che sopra di tutto si pongono i valori eterni della religione e dello spirito” (129).

17. Wojtyla e Ratzinger: “Viva Colombo!”

Il cenno di Pio XII alla “nazione scelta da Dio” è poi significativo di come egli consideri “principale strumento di evangelizzazione del Nuovo mondo” la conquista ad opera dei colonialisti spagnoli e il conseguente genocidio. Che è quanto pensano anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Wojtyla ripropone la guerra giusta
Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la XV giornata della pace del gennaio 1982, ripropone la dottrina della guerra “giusta”: “il cristiano, anche quando fortemente si impegna a contrastare ed a prevenire tutte le forme di guerra, non esita a ricordare, in nome di una elementare esigenza di giustizia, che i popoli hanno il diritto ed anche il dovere di proteggere, con l’uso di mezzi proporzionati, la loro esistenza e la loro libertà contro un ingiusto aggressore” (130). La formula è quella della guerra “difensiva”, che tuttavia sappiamo variamente interpretata e interpretabile, anche per il riferimento alla difesa non solo della “esistenza” ma della “libertà”. Negli anni Settanta, per esempio, gran parte del clero cattolico, specie statunitense, interpretava appunto l’invasione USA del Vietnam come guerra in difesa della libertà contro il comunismo…

La guerra atomica? Forse
E nel Messaggio all’ONU dell’11 giugno 1982, sempre in nome della “difesa”, Giovanni Paolo II afferma che “una ‘deterrenza’ fondata sull’equilibrio, non certo come un fine in se stesso ma come una tappa sulla via di un disarmo progressivo, può ancora essere giudicata moralmente accettabile” (131).
Così accoglie la tesi che al Concilio Vaticano II, nella stesura finale della Gaudium et spes, avevano sostenuto, venendo messi in minoranza, i conservatori: “Finché le istituzioni internazionali non fossero state in grado di accordarsi in modo adeguato, il possesso di tali armi [di distruzione di massa] al solo scopo di dissuadere l’avversario, armato delle stesse armi, non poteva essere dichiarato in sé illegittimo” (132).
Un pesante passo indietro rispetto alla condanna assoluta della guerra, almeno nell’età atomica, che aveva fatto Giovanni XXIII nella Pacem in terris, si trova nel Catechismo per gli adulti del 1991, varato da Giovanni Paolo II e in cui è ritenuta solo “molto problematica” l’immoralità di un conflitto nucleare. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, al capitolo La difesa della pace, non nega in via di principio la guerra e la delega ai governi di decidere se ricorrono le condizioni per “una legittima difesa” (133).
Contemporaneamente Giovanni Paolo II mise l’accento in due occasioni sul ruolo del servizio militare come espressione di amor di Patria (Ai militari polacchi, 2 giugno 1991) e “veicolo di evangelizzazione” (Sinodo dell’ordinariato militare, 19 novembre 2000), schierandosi sì contro le due guerre all’Iraq, ma a favore dell’ingerenza umanitaria, cioè dei bombardamenti contro la Serbia, a vantaggio della cattolica Croazia.

Wojtyla accredita la fiaba della conquista
Di più, con Giovanni Paolo II, la Chiesa tornò ad accreditare la fiaba dei pontefici cinquecenteschi su una “conquista” e un genocidio principalmente finalizzati all’evangelizzazione. Così si espresse Giovanni Paolo II in occasione del viaggio del 1987 in America latina nella Omelia a Avenida Costanera del 4 aprile in Cile: “La Chiesa è presente nelle radici e nell’attualità del continente…. Il seme della fede cristiana fu portato nel Cile dalla spedizione di Magellano, e più tardi da quella di Almagro; mise radici in questi territori del nuovo mondo grazie all’impegno costante di Pedro de Valdivia e dei missionari che lo accompagnavano. Ringraziamo il Signore per questa eredità di fede, che con la Provvidenza divina, iniziò a dare frutto in queste terre, grazie al grande impulso evangelizzatore dei figli di Spagna…. È emozionante leggere i racconti e le testimonianze di quelle eroiche gesta. In esse – al di là delle umane debolezze e del comprensibile desiderio di conquista – prevalse certamente ed in modo ammirevole la volontà di trasmettere al Nuovo Mondo la buona novella del messaggio cristiano” (134).
Giovanni Paolo II, nel Discorso a Santo Domingo del 12-13 ottobre 1992, ha anche reso “omaggio al grande Ammiraglio” Colombo: “Siamo riuniti di fronte a questo Faro di Colombo, che con la sua forma a forma di croce vuole simbolizzare la Croce di Cristo piantata su questa terra nel 1492. Con esso si è voluto anche rendere omaggio al grande Ammiraglio che lasciò scritto quale sua volontà: ‘mettete croci in tutte le vie e i sentieri, affinché Dio li benedica’” (135).
Un elogio che il papa non mancò di estendere anche all’altro evangelizzatore, Carlo Magno, nel Convegno per il 1200° del Sacro Romano Impero del dicembre 2000: “La grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa”, disse, “riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno” (136).

Le contraddizioni di Benedetto XVI
Le medesime posizioni ha espresso Benedetto XVI nel suo Discorso per la V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi in Brasile il 13 maggio 2007, prima di essere costretto a una precipitosa rettifica dalle proteste del mondo cattolico latino-americano: “La fede in Dio ha animato la vita e la cultura di questi Paesi durante più di cinque secoli. Dall’incontro di quella fede con le etnie originarie è nata la ricca cultura cristiana di questo Continente… l’accettazione della fede cristiana… ha significato anche avere ricevuto… lo Spirito Santo che è venuto a fecondare le loro culture, purificandole” (137).
Più ferme sono soltanto le condanne della guerra santa e della violenza fatte “in nome di Dio”, perché ciò gli serve a guadagnare punti in Occidente polemizzando contro l’integralismo islamico. Così Benedetto XVI ha affermato: “Dio, Creatore e Padre di tutti, chiederà conto ancor più severamente a chi sparge in suo nome il sangue del fratello” (138). Ma non ha spiegato come lo stesso Dio che “chiede conto severamente” del sangue versato, sia anche quello che – come Urbano II, Innocenzo III, Pio V e molti altri papi hanno insegnato – “ricompensa”, in questa vita e nell’altra, chi sparge il sangue in suo nome per “vendicare il Signore”.

fine II parte – segue