“Föra di ball, terùni!”
Posted on giugno 21st, 2010 in No Comments »
Il catto-razzismo, quinta puntata dell’antologia sulla Lega Nord
La celebrazione della Padana, come si è visto nella puntata precedente, sfocia nel razzismo contro chi non è padano, dai romani ai meridionali. Ciò è inevitabile, dato che l’identità “padana” – a differenza di quella dei veri movimenti autonomisti – non è fondata su reali elementi culturali e storici comuni, né ha alla base reali elementi di oppressione, ma è inventata e fittizia, un semplice camuffamento usato per occultare il vero obiettivo, la “ragione sociale” della Lega e dei padroncini che ne formano la base sociale: conquistare, in un momento di crisi e disgregazione di forze politico-sociali preesistenti, il potere su un dato territorio, ivi compresa la possibilità di intascare le tasse, evaderle e sfruttare il lavoro nero.
Solo rappresentandosi come civiltà superiore e “oppressa” il ceto economico e politico leghista può però dominare e opprimere i ceti popolari presenti sul territorio, parte legandoli a sé col pretesto della comune “padanità” (lavoratori indigeni), parte reprimendoli e sfruttandoli come “inferiori” (meridionali, poi stranieri). L’ideoogia non occasionali ma costante e costitutiva della Lega è quindi il razzismo, cioè l’idea di una superiorità della “razza Piave” come dice Gentilini, o della Padania “bianca e cristiana” di Borghezio. Essa permea tutto l’antimeridionalismo leghista, che appare dai testi seguenti, così come la xenofobia che esamineremo nelle puntate successive.
(nell’immagine la risposta ironica dei partenopei ai cori di Salvini contro i napoletani riprodotti nel video finale: “Dio creò la Padania”, dice la maglietta, “e accortosi dell’errore creò la nebbia”)
Le radici “socio-filosofiche”
La Lega ha cercato di dare anche basi “socio-filosofiche” al suo antimeridionalismo, come si può vedere da un articolo di Marco Vallanz (poi fuoriuscito dalla Lega) sul “colonialismo interno” e da uno di Bossi sulla “lombardità”. Nel primo c’è anche un accostamento dei meridionali ai bianchi che dominavano in Sudafrica.
Paragone delirante ma non insolito nella Lega che usa paragonare gli immigrati odierni ai conquistatori spagnoli… L’intento è sempre quello di “rovesciare la frittata”, e occultare la verità facendo apparire oppressori le fasce deboli (i meridionali, i migranti) e oppressi i padani – con sprezzo dei dati storici e del ridicolo. L’altro articolo, oltre a esemplificare la cultura di Bossi, mostra come abbia radici antiche il rifiuto leghista del 2 giugno.
La teoria del colonialismo interno
Anche la sociologia di scuola americana conferma l’analisi politica portata avanti fin qui dalla Lega Nord.
Tra le teorie più interessanti elaborate nel decennio scorso ve ne è infatti una che riguarda da vicino noi del Nord: si tratta della “teoria del colonialismo interno”, formulata dallo statunitense Blauner nel 1972. Essa sostiene che all’interno di certi Stati un gruppo etnico (di solito quello maggioritario) esercita, una sorta di dominio nei confronti delle altre etnie presenti nello stesso Stato.
Secondo Blauner vi sono cinque elementi ricorrenti in una struttura di rapporto coloniale interno:1) l’inglobamento forzato degli indigeni nella società dominante; 2) i tentativi da parte della cultura dominante di cambiare e controllare la cultura indigena; 3) il controllo politico; 4) lo sfruttamento economico; 5) un’ideologia che legittima il controllo da parte del gruppo dominante. […]
L’inglobamento forzato dei settentrionali nella società dominante è sintetizzato chiaramente dalla famigerata espressione di origine meridionale “Tutti italiani siamo”: attraverso essa il gruppo etnico dominante (quello meridionale per intenderci) nega esplicitamente alle minoranze ogni diritto e ogni identità culturale, linguistica e storica in nome di una presunta italianità che accumulerebbe tutti i popoli dalle Alpi alla Trinacria; attribuendo in pratica legalità ad ogni sorta di ruberia attuata dal gruppo dominante con la scusa di ridurre le sperequazioni di ricchezza e risorse produttive a livello “nazionale”. …
[il secondo elemento, previsto da Blauner, è il tentativo della cultura dominante di] cambiare e controllare la cultura indigena. Soprattutto attraverso la televisione, infatti, sono stati compiuti gravi tentativi di disgregare le culture dei gruppi minoritari indesiderate, sostituendovi elementi della cultura dominante. E’ sufficiente guardare la televisione italiana sia pubblica, sia privata, per rendersi conto di come in essa la cultura meridionale sia continuamente presente, mentre le culture settentrionali siano relegate (quando sono presenti) a spazi di poco conto. I risultati di questa situazione sono evidenti: oggi la corruzione, la rassegnazione, il clientelismo, l’omertà la sopraffazione ed il lassismo, che sono gli elementi più negativi della cultura meridionale, tendono a dominare ovunque, tanto nella vita pubblica quanto nella vita privata.

Un odierno manifesto del PD "fa il verso" alla Lega che oggi è al governo e sostiene gli amici "sudisti" di Berlusconi
Un altro ambito nel quale la cultura dominante si è imposta ai gruppi minoritari è quello scolastico. La scuola, la cui funzione socializzatrice è di primaria importanza è stata consegnata su un piatto d’argento al gruppo dominante, che l’ha monopolizzata da un lato stabilendo i programmi d’insegnamento e le modalità di valutazione degli studenti e, dall’altro permettendo che la quasi totalità del corpo insegnante fosse costituita da persone appartenenti al gruppo etnico dominante: con l’inevitabile conseguenza che ai bambini dei gruppi minoritari vengono spesso insegnati valori e linguaggi che non sono loro.
Per capire comunque come queste ingiustizie possano avvenire, è necessario fare riferimento al terzo elemento previsto da Blauner, e cioè il controllo politico attuato dal gruppo dominante. Questo controllo è evidente a due livelli: quello centrale e quello locale. A livello centrale è ormai un dato di fatto che il Parlamento ed il Governo, nonché i vari organi statali, sono egemonizzati dal gruppo meridionale dominante: infatti esso, essendo preponderante all’interno dei singoli partiti romani riesce ad imporre la sua volontà ed i suoi interessi anche quando questi siano manifestamente ingiusta […]
Per quanto riguarda invece il livello locale, qui vi possono essere rappresentanti appartenenti ai gruppi minoritari (visto che questi, a livello locale, diventano gruppi maggioritari). Però non bisogna dimenticare che questi rappresentanti sono spesso scelti e manipolati dal gruppo dominante (che può minacciare di escluderli dalle liste dei partiti romani) […]
Caso eclatante[di controllo politico] è quello Sudafricano, dove la minoranza bianca che ha il controllo politico riesce ad essere praticamente gruppo dominante nei confronti della maggioranza nera della popolazione (1). […]
Il controllo politico consente anche la quarta forma di manifestazione del colonialismo interno: lo sfruttamento economico. E’ infatti comodo sostenere che in Italia sia il Nord a sfruttare il Sud: questo può, essere avvenuto nel secolo scorso, ma oggi il rapporto si è invertito: è il Sud che sfrutta il Nord approfittando del controllo politico che i suoi uomini esercitano sull’apparato legislativo, burocratico, amministrativo e fiscale italiano.
Così accade che al Nord vengano drenate decine di migliaia di miliardi di lire sotto forma di imposte dirette (IRPEF, IRPEG, ILOR) ed indirette (IVA ecc.), che solo in minima parte vengono restituite al Nord per mezzo dei trasferimenti di risorse dello Stato alle Regioni, Province e ai Comuni. Le risorse rimanenti vengono impiegate in parte per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, in parte per il mantenimento della pesante macchina burocratica dello Stato centrale, e in parte vengono rimesse al Sud con la scusa di contribuire al suo sviluppo e alla sua affrancazione finale da una secolare situazione di miseria. […]
E arriviamo così al quinto elemento previsto da Blauner: la presenza di una ideologia che legittima il controllo da parte del gruppo dominante. Qui il discorso è più sottile. Un aspetto di questa ideologia è il tentativo attuato dal gruppo dominante di convincere i gruppi minoritari settentrionali della loro colpa per la situazione attuale: saremmo infatti noi settentrionali ad avere rinunciato ad ogni tipo di attività all’interno della pubblica amministrazione per dedicarci al settore privato; di conseguenza non dobbiamo lamentarci per la situazione attuale. In realtà anche qui, come per la scuola, si tratta di un’affermazione falsa: a parità di altre condizioni, il settentrionale sceglie il settore privato perché di fatto l’assunzione nella Pubblica Amministrazione rimane per lo più un sogno irraggiungibile stante l’attuale gestione dei concorsi pubblici…
(Marco Vallanz, Nord: colonizzati in casa, “Lombardia Autonomista, n. 4, 1990)
La Lombardità
La storia spiegata da Bossi
Anche in tempi di esasperato individualismo sono pochi a non conoscere il nome di Pontida, legato al famoso giuramento del 1167 con cui nacque la Lega Lombarda, il cui esercito 9 anni dopo, il 29 maggio 1176, sbaragliò a Legnano l’imperatore Federico I di Svevia detto il Barbarossa. Pur se i documenti sono pochissimi e la cronaca degli eventi resta in parte avvolta nella leggenda, Pontida e Legnano sono diventati simboli della lotta per la libertà dei popoli perché lo scontro tra impero e comuni lombardi non nasceva soltanto da interessi economici ma implicava anche una diversa visione del mondo: quella della centralità dei popoli e quindi delle nazioni contro la centralità dello Stato, quella dell’uomo contro il predominio delle organizzazioni. La battaglia di Legnano fu quindi una tappa fondamentale della lotta fra Nazione e Stato, lotta che costituisce il filo conduttore dell’intero processo evolutivo della libertà: ciò spiega perché i nomi di Pontida e di Legnano ritornino periodicamente nella storia. Ritornarono nel Risorgimento allorché divennero simboli della lotta per l’indipendenza dallo Stato austriaco, ritornano adesso che la Lombardia e il Nord si preparano a rigettare il centralismo dei partiti romani attraverso cui si realizza l’egemonia meridionale. Oggi come allora ci sono gravi motivi economici, sociali ed etnici che ci impongono di lottare contro il centralismo dell’organizzazione statale. Certo rispetto al tempo del Barbarossa e dei “cruatt” è cambiato il tipo di lotta che oggi è politica ed elettorale perché questa è la via attraverso cui si realizza il nuovo colonialismo, che affonda le sue radici nel Risorgimento quando la presenza della monarchia impedì che nascesse uno Stato federale.
“Abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli italiani” disse allora Cavour [sic] indicando senza mezzi termini che lo stato postrisorgimentale avrebbe fondato la sua legalità non sul diritto dei popoli e delle loro nazioni ma sull’imposizione centralista che si richiama ad una inesistente nazione italiana. Una follia, certo, perché per generare la nazione italiana era prima necessario cancellare e omogeneizzare i popoli incorporati nello Stato. Una follia che non teneva conto che i popoli e le nazioni si formano nei millenni, dall’etnia e dalla comune storia e cultura. Ma una follia necessaria ad uno Stato calato dall’alto, che aveva bisogno di una nazione per alibi.
Dopo il crollo della monarchia nel ‘45 l’idea di uno Stato Federale venne naturalmente fuori in sede di Costituente Repubblicana, ma fu scartata dai “padri della repubblica” che scelsero per uno Stato fondato sulle autonomie regionali (art. 5 della Costituzione), cioè una via di mezzo che di fatto non è riuscita a modificare il centralismo dello Stato italiano.
L’egemonia meridionale
Oggi ciò è infinitamente più grave che in passato perché in democrazia governa la maggioranza che, in assenza di un’organizzazione federale dello Stato, è fatalmente una maggioranza meridionale.
In una situazione come quella italiana, dove la maggioranza etnica è meridionale, è sufficiente che un partito politico sia esteso sull’intero territorio dello Stato, perché automaticamente diventi un partito a maggioranza meridionale e quindi uno strumento che agisce prevalentemente nell’interesse del Sud. E’ per questo che noi settentrionali votando per decenni: DC, PCI, PSI, MSI ecc. abbiamo votato per il nostro asservimento.
Ed è per questo che i partiti romani e la maggioranza meridionale temono e contrastano i partiti regionalisti del Nord che, se si affermassero renderebbero necessaria la trasformazione dello Stato italiano in uno Stato federale. Allora addio alla vacca da mungere lombarda; addio ai concorsi statali “cosa nostra”; addio alle centinaia di migliaia di pensioni di invalidità fasulle; addio ai condoni che si pagano al Nord e non al Sud; addio al colonialismo meridionale!
Egemonia meridionale che per altro è destinata ad aumentare la sua oppressione per il forte divario delle nascite tra regioni meridionali e del centro-nord. Il censimento del 1980 ha messo infatti in evidenza che il 40,2 per cento dei bambini italiani nasce ormai al Mezzogiorno, contro il 17,2 nel Centro, il 18,8 nel Nord-Est, il 21,8 nel Nord-Ovest: percentuali che devono essere lette tenendo presente che una quota non trascurabile delle nascite settentrionali è dovuta agli immigrati meridionali. Capite tutti a questo punto perché non c’è alternativa all’autonomia e al federalismo. E’ in gioco la nostra sopravvivenza economica, sociale, etnica!
Non è quindi a caso che il nostro popolo stia rinascendo e che ritornino i nomi di Legnano, di Pontida e della Lega Lombarda.
Mentre si muovono i carri nella grande pianura e nelle valli bergamasche i giovani a 16 anni entrano nella Lega, l’avanguardia colpisce già le grandi città dove la gente è più che mai senza prospettive. Roma, messa alle strette dall’attacco dei movimenti autonomisti del Nord, cerca di rispondere allo stesso modo di Cavour, eliminando il problema alla radice e dichiarando che sul territorio dello Stato non esistono popoli diversi, ma solo la nazione italiana. E’ questo il senso del decreto di Craxi e Spadolini che, con il più caldo consenso di tutti i partiti romani, istituisce per il prossimo 2 giugno la festa della nazione italiana. Ma questa volta i romani hanno sbagliato i conti perché la tradizionale filosofia romana del “panem et circensis” è estranea ai popoli padano alpini che vogliono i fatti prima delle feste, soprattutto se le feste non servono ad eliminare i privilegi della maggioranza meridionale. Dopo Pontida, l’appuntamento non è quindi quello del 2 giugno ma quello del 29 maggio perché noi che siamo di nazionalità lombarda non possiamo festeggiare un’italianità che significhi appartenenza ad uno Stato in cui venga cancellata la nostra identità nazionale.
[…] la nostra festa nazionale continua ad essere quella della LOMBARDITA’ che cade il 29 maggio da 810 anni. Così come la nostra bandiera continua ad avere una croce rossa su fondo bianco, perché è così da oltre mille anni.
Oggi come oggi, il tricolore massonico ci ricorda troppo il tradimento degli ideali dei martiri del Risorgimento che furono soprattutto lombardi e che sacrificarono la loro vita non certamente perché cento anni dopo aver mandato via gli austriaci arrivasse il colonialismo meridionale a comandare a casa nostra.
“O voi che non ricordate, io vi rammento, io voce di Pontida e di Legnano. (10 anni si compiono oggi e non sono nel tempo più di un battito di cuore, più di uno sguardo subito distolto.
Ricordate, i martìri si ripetono. 810 anni ed è come ieri. Sembra che non ci sia speranza, né onore, né coraggio. Ma una voce si alza: uniamoci e saremo forti! Uniamoci e saremo liberi! Uniamoci e più nessun alibi coprirà il colonialismo romano! Uniamoci e la Lumbardia la rinasserà!”.
(Umberto Bossi, 28 maggio di lombardità, “Lombardia Autonomista”, anno IV, n. 7, maggio 1996)
Il Nord che si “svena” per mantenere il sud
Onesti imprenditori “padani” che si svenano a pagare le tasse per mantenere i “falsi invalidi” del Sud, con danno anche dei lavoratori settentrionali. E’ questo l’idillico quadretto con cui la Lega cerca di unire padroni (evasori e sfruttatori del nero) e operai nordisti. Inizialmente ha provato anche a costruire con poca fortuna il SinPa (Sindacato padano). Contemporaneamente la Lega continua nel doppio gioco: da un lato si dice dalla parte dei lavoratori (padani), propone “gabbie salariali” o solidarizza con gli operai delle fabbriche in crisi; dall’altra parte sostiene a Roma la “cricca” dei politici e degli imprenditori corrotti e le leggi che aggravano la crisi, bloccano i salari, producono precari e disoccupati anche a Nord.
Noi “padani” onesti e fessi
il Consiglio di Stato ha stabilito che non vengano estese ai romani le misure della manovra relative all’istituzione di pedaggi in tratti di tangenziali e neppure l’applicazione di rincari autostradali. […] Da molti anni i milanesi pagano il pedaggio sulla tangenziale est che collega nord e sud della città: l’analoga misura proposta per i romani ha sollevato il putiferio, alla fine è stata bocciata anche la penosa trasformazione del provvedimento in una gabella per chi viene da fuori. La differenza l’hanno fatta il sindaco di Roma, il presidente della Provinciam e il presidente della Regione. Politici di non eccelse qualità e di idee anche peggiori, che tuttavia sanno fare molto bene l’interesse dei loro concittadini: preoccupazione che non sembra assillare la classe politica milanese. Così i meneghini continuano a farsi spremere come limoni, ma possono legittimamente vantarsi della qualifica di più virtuosi e più fessi del Belpaese.
(“Padano.com”, 2 settembre 2010)
Sindaci sudisti calano su Roma
Oltre 500 sindaci di comuni meridionali sono calati in massa su Roma a pretendere privilegi per non voler applicare il previsto condono edilizio sulle costruzioni abusive che hanno massacrato intere province con speculazioni in cui s’intravede l’ombra minacciosa della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra.[…] Questo COLONIALISMO APPLICATO da una maggioranza che pretende di dividere i cittadini in due caste è evidente a tutti: la casta degli intoccabili per diritto geografico, cioè gli “esenti” delle regioni del sud; la casta dei paria pagatori e spremuti del nord che pagheranno per tutti.[…] Piccoli proprietari lombardi, piemontesi, veneti, trentini etc. pagheranno condoni per poche opere murarie fatte per necessità e per contro migliaia di speculatori del Sud dovranno farla franca?

Il doppio gioco leghista. Con i padroni evasori e che sfruttano il nero ma anche nuovo partito della classe operaia
(Roberto Gremmo, L’immunità meridionale, “Lombardia autonomista”, anno IV, n. 7, 1996)
Statale=sotto controllo meridionale
Tipica fabbrica milanese, l’Alfa Romeo dopo 80 anni non è più, o meglio si è trasferita a Napoli. […] Diciamo che il fatto era prevedibile, non tanto perché al Sud si producono l’Alfa Sud, l’Alfa 33 e l’Arna, ma perché l’Alfa Romeo è una fabbrica statalizzata e, come tutto ciò che è statale, è anche automaticamente a controllo meridionale. […]
Sia ben chiaro: non è che non si voglia aiutare il Sud: siamo stati i primi a dire che il modello di sviluppo basato sulle immigrazioni è finito e che oggi costa di meno distribuire la macchina produttiva che andare avanti a concentrarla in ristrette aree geografiche. Però deve essere altrettanto chiaro che ciò deve avvenire in modo trasparente e pattuendo precise contropartite.
In altre parole, non creda Roma di portarci via le fabbriche, piantandoci sulle spalle disoccupati e cassintegrati meridionali. […]
Soltanto dal prossimo anno, quando gli uomini della Lega saranno a Roma, potrà essere sferrata una decisiva lotta contro certi malcostumi legalizzati.
(Rodolfo Piva, Dov’è finita l’Alfa Romeo?, “Lombardia Autonomista”, anno IV, n. 7, 1996)
Il vero problema
Il vero problema del mondo del lavoro si incentra su questo fatto: l’alto costo del lavoro (per l’eccessiva pressione tributaria) spinge le imprese a chiudere o a emigrare verso paesi dove il costo del lavoro è accettabile, cioè dove il costo dello stato (cioè dell’assistenzialismo statale al Meridione, cioè di uno stato clientelare, nazionalista e socialista). […]
Io ce l’ho a morte con gli imprenditori della Padania, perché permettono e hanno permesso, con il loro colpevole silenzio, tutto questo. Continuano a mettere la testa sotto la sabbia per non guardare le cose come stanno; però lasciano scoperte alcune parti del corpo e il governo se ne approfitta! Neanche in Vietnam, dico, ci sono 4.500.000 false pensioni di invalidità. Al Sud gli imprenditori non fanno le code agli sportelli per pagare le tasse! […]
Con gli imprenditori del Nord ce l’ho a morte, ripeto. Ma da che parte stanno? Devono dire BASTA e non versare più neanche una lira allo Stato italiano. […] Devono imparare dal Meridione, dove da sempre sanno fare benissimo lo sciopero fiscale. […]
Il decreto Treu, che concede 800.000 lire al mese per l’alloggio di giovani lavoratori del Meridione, è un decreto razzista che offende la libertà e la dignità di coloro che non provengono dal Meridione. […] Vi rendete conto che ci stanno provocando? […]
Il SinPa è proprio quel sindacato che ridà il potere contrattuale ai lavoratori che conoscono la realtà aziendale in cui operano e non a organizzazioni [come i confederali, NdR] colluse con il potere romano.
(dall’intervento di Rosy Mauro, segretario del SinPa a un’assemblea di Saronno, marzo 1998)
La Lega rilancia le gabbie salariali… Anzi no
A due mesi di distanza dalle elezioni, la Lega rilancia per bocca del ministro Roberto Calderoli la proposta delle gabbie salariali, cioè di buste paga parametrate sul reale costo della vita nelle diverse aree del Paese. Come si dice, tentar non nuoce ma non è un mistero che, dai sindacati alle imprese, dalle alte cariche dello Stato ai colleghi del governo, l’idea che Umberto Bossi ha diffuso anche nella campagna elettorale per le elezioni amministrative non riscuote molto successo.
(Apcom, 5 agosto 2009)
“Nessuno ha mai parlato di gabbie salariali. Tremonti ha parlato di buste paga parametrate al costo della vita“. Il ministro Roberto Calderoli tira un secco colpo di freno dopo la proposta leghista che chiedeva salari differenziati tra Nord e Sud. Una frenata che cozza con il titolo della Padania di stamattina: “E’ tempo di gabbie salariali”.
Oggi, invece Calderoli, frena: “Nessuno vuole riportare le gabbie salariali. E’ chiaro che è un discorso di contrattazione, ma noi ci impegniamo a recuperare il gap infrastrutturale fra Nord e Sud. Alla fine della contrattazione dovrà essere diversificato rispetto al territorio; è chiaro che il costo della vita deve poter incidere su quello che è il potere di acquisto” spiega il ministro leghista.
(“La Repubblica.it”, 5 agosto 2009)

2010. Bossi a Pontida, dove, soprattutto Castelli, è tornato a minacciare la secessione se non si fa il federalismo subito
Bossi, il filosofo
Bossi ha poi difeso il federalismo fiscale spiegando che «se tu i soldi li butti via, lo Stato non te ne dará più: ti dará un calcio in culo invece dei soldi». «Ci devono spiegare -continua Bossi- perché a Milano un rotolo di carta costa x e in certe regioni costa 5 volte tanto. Ve lo dico io: se li grattano, altro che».
(“Corriere della sera on line”, 27 agosto 2009)
Salvini, l’agitprop
Falce e Carroccio. O, se preferite, «proletari di tutta la Padania unitevi». Borghese e popolare, di lotta e di governo, La Lega vota a Roma tutte le leggi che ammazzano il mondo del lavoro, poi gira per le fabbriche in crisi del nord. E così capita di passare una notte in mezzo ai lavoratori in occupazione in compagnia di Matteo Salvini. Capogruppo del Carroccio al comune di Milano, eurodeputato. (Poco) probabile candidato sindaco per il centrodestra nelle elezioni comunali del prossimo anno. Acerrimo nemico di immigrati e rom. Grande amico dei lavoratori (padani).
Quando mercoledì sera arriva a Trezzano sul Naviglio, periferia sud-ovest di Milano, al presidio dei lavoratori della Maflow occupata, sono da poco passate le 23.30. Salvini sembra di casa. Strette di mano, pacche sulle spalle. Da quando, ormai tre mesi fa, gli operai hanno deciso di occupare la fabbrica, è già venuto altre volte. […]

Matteo Salvini con Lubamba Silvie alla festa dei giovani padani 2008. Salvini razzista, fautore degli scompartimenti della metro riservati ai milanesi, sostenitore delle leggi ammazza-lavoro del governo Berlusconi, va contemporaneamente a sostenere gli operai delle fabbriche occupate o ostenta una foto con una extracomunitaria...
Salvini ascolta, annuisce. «Nella migliore delle ipotesi si salvano 150 posti», ipotizza un lavoratore. «Non glielo permetteremo», promette il leghista. Che però una soluzione non ce l’ha: «Come se ne esce?», domanda. «Con un miracolo, e lo deve fare Scajola. Chiamalo tu e digli cosa deve fare». […] Alle due e trenta, nel silenzio totale, suona una sirena. «È quella che segnala la pausa del turno di notte», spiegano. Quella funziona ancora. Salvini saluta e se ne va. Promette di tornare, di fare. Chiamerà a destra e a manca. I lavoratori lo ringraziano, lo salutano calorosamente. Qualcuno magari si ricorderà di lui nel segreto dell’urna. È la Lega operaia che avanza.
(Alessandro Braga, Salvini alla Maflow in occupazione, tra grappe e consensi, ”Il Manifesto”, 2 aprile 2010)
Settentrionalizzare la scuola
Uno dei campi dove fin da subito si manifesta l’antimeridionalismo leghista è la scuola, con la parola d’ordine “insegnanti padani” o, in modo più esplicitamente razzista, “via gli insegnanti meridionali”. C’è tuttavia da dire che – come in altri campi – ci si è abituati presto a queste provocazioni leghiste passando dallo sdegno quasi unanime, ancora verificabile negli anni Novanta, alle proposte recenti, guardate con simpatia o avallate dal governo, di cui la Lega fa parte, in cambio del suo appoggio alle leggi-vergogna necessarie per salvare Berlusconi dalla galera.
Denuncia per razzismo
“Scuola coloniale, basta!”, il manifesto che chiede rispetto per le nostre parlate, posto di lavoro per i nostri insegnanti e una scuola che crei uomini liberi ha allarmato Roma. Ecco allora interi Consigli Comunali approvare mozioni sul razzismo dei movimenti autonomisti; ecco allora a montare il “caso” i più grandi quotidiani, dal Corriere della Sera a La Stampa, a Il Giornale […] L’ultimo attacco in ordine di tempo, almeno finora, è stato quello di un esponente del PRI, un avvocato meridionale residente a Milano che… ha presentato un esposto alla procura milanese in cui ipotizza per quel manifesto.. l’istigazione all’odio antinazionale e simili reati di comodo.
Umberto Bossi, “Scuola coloniale basta”, in Lombardia Autonomista”, n. 20, dicembre 1996
Calderoli vuol schedare i docenti del Sud
Il segretario lombardo Calderoli ha preteso dal provveditore di Bergamo l’elenco (negato) degli insegnanti “non padani” […] Il Carroccio insiste: “Avete capito bene, niente professori meridionali nelle nostre scuole“. Lo dice Roberto Calderoli, segretario della Lega lombarda. Mentre Roberto Maroni frena (o come minimo è a disagio): “Non ne so nulla, non voglio commentare”. E le reazioni esplodono: leader politici, sindacalisti, professori, giudici, “l’ Osservatore Romano”. […] La premessa? Il volantino lumbard davanti alle scuole: “Mai più insegnanti meridionali“. Con la precisazione di Bossi: “Tra un anno la secessione diventa operativa, cioé la polizia, i magistrati...”. Sembrava troppo anche per la Lega che naviga sul Po e vuole spaccare l’ Italia. Ma ecco la conferma. Ufficiale. Con il comunicato di Calderoli: “Condividiamo totalmente le iniziative del nostro movimento giovanile”. E per chi non l’ avesse capito: “Possiamo comprendere la violenta reazione di chi ha contribuito alla colonizzazione della scuola e dell’intero settore pubblico. Nessun atto di razzismo, ma nemmeno solidarietà di comodo“. Siamo al punto chiave: “Assumeremo i meridionali nelle scuole e negli enti pubblici solo dopo che saranno stati collocati tutti i padani che avanzeranno richiesta d’ impiego“. Conclusione velenosa: “Gli insegnanti meridionali la smettano di protestare e pensino a lavorare, e considerando il tasso di analfabetismo del Sud, riteniamo che del lavoro ce ne sia a sufficienza a casa loro“. La Lega non ne fa più una questione politica ma una questione etnica: prima i padani, poi (se proprio è necessario) gli altri.
(Postiglione Venanzio, “Corriere della sera”, 13 settembre 1996)
«I professori del sud portano via il lavoro a quelli del nord»
“Dopo trent’anni di scuola di sinistra, di esami di sinistra, di professori di sinistra, di presidi di sinistra i nostri ragazzi sono disorientati. I nostri studenti hanno bisogno di essere guidati da uno come Umberto Bossi. E non è possibile che vengano professori da ogni parte a togliere il lavoro agli insegnanti del Nord. Loro vogliono sentir parlare solo di Pirandello e Sciascia
e non di un federalista come Carlo Cattaneo. Così abbiamo proposto una riforma che faccia in modo che chi non conosce il Veneto, la sua storia, la sua lingua, la sua cultura, non possa venire ad insegnare in Veneto“.
(Paola Goisis, Lega, membro commissione Cultura della Camera, Adnkronos, 20 luglio 2008).
«Dopo il federalismo – dice Bossi davanti ad alcune centinaia di sostenitori – bisogna passare anche alla riforma della scuola. Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal nord. Il problema della scuola è molto sentito perché tocca tutte le famiglie». «La Padania - aggiunge il ministro – è ormai nel cuore di tutti». Bossi denuncia poi un episodio accaduto nel Veneto, a dimostrazione della sua idea: un ragazzo è stato bastonato agli esami «perché aveva presentato una tesina su Carlo Cattaneo. Questi sono crimini contro il nostro popolo e devono finire». [è suo figlio Renzo, tre volte bocciato anche in una scuola privata, non per la tesina su Cattaneo ma perché non sapeva, come universalmente noto una beata m.... NdR]
(“La Stampa”, 21 luglio 2008)
Albi e test regionali
«Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non è stata condivisa da tutta la maggioranza. Così - racconta ancora la parlamentare leghista Paola Goisis – abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora era all’esame della Commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, tranne che ad un punto sul quale insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante». La Lega, cioè, vuole inserire un test, per i professori, che attesti, per dirla con le parole di Paola Goisis, «il loro livello di conoscenza della storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione in cui vogliono andare ad insegnare». I titoli di studio, quindi, passeranno decisamente in secondo piano. «Non garantiscono un’omogeneità di fondo - osserva il deputato del Carroccio – e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al Nord sia meridionale».
(dal Blog Manuela Guizzoni, (PD, 29 luglio 2009)

Manifestazione di Pontida 20 giugno 2010. Padani, non italiani, continuano a dirsi i leghisti mentre a Roma giurano sulla costituzione e si spartiscono soldi e potere
“Ma non c’è l’esame di dialetto”
“Informarsi prima di protestare”. La Lega Nord cerca di spegnere le polemiche sulla scuola. Roberto Cota, capogruppo del Carroccio alla Camera, dichiara che “il presunto esame di dialetto per i professori è una bufala“. Ma se non ci sarà un test di dialetto per i futuri insegnanti, la Lega non vuole rinunciare ad una prova pre-selettiva per l’iscrizione agli albi regionali nella quale “si attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante“, come ha dichiarato ieri la deputata della Lega Paola Goisis.
La proposta leghista prevede prove pre-selettive per consentire l’accesso agli albi regionali degli insegnanti, albi previsti proprio dalla proposta di legge in discussione. Questi test dovrebbero essere propedeutici rispetto al superamento dei concorsi pubblici. Inoltre, lo spostamento da una regione all’altra sarà possibile ma dando precedenza agli insegnanti provenienti dalle regioni contigue.
La proposta di inserire dialetto e tradizioni locali nelle scuole “è una proposta sulla quale si può assolutamente ragionare” spiega il ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, sottolineando che “non c’è su questo tema nessuna conflittualità tra Lega e Pdl. E’ una polemica distante dalla realtà”. […]
Ma non tutti nel Pdl sono d’accordo con il ministro. La presidente della commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea (Pdl), ritiene che la “pre-selezione deve avvenire sulla base dei titoli di studio conseguiti, non certo sulla loro conoscenza del dialetto”.
Molto negative le relazioni delle opposizioni. “Ancora una volta la Lega con la sua cultura razzista, solleva una questione inaccettabile”, ha dichiarato Pierfelice Zazzera, capogruppo dell’Idv in commissione Cultura alla Camera.
(“La Repubblica..it” – 30 luglio 2009)
“Precedenza agli insegnanti friulani e lombardi”
“Pieni poteri alle regioni per dare la precedenza agli insegnanti lombardi”, dice il capo delegazione del Carroccio nella giunta regionale lombarda, Davide Boni. La scorsa estate, la Lega presentò un disegno di legge a livello nazionale sull’introduzione degli albi regionali per il personale scolastico. [..]
“Il fatto di prevedere l’introduzione degli albi regionali in materia scolastica, va nella direzione di garantire maggiori competenze alle nostre regioni… L’obbligo di residenza sul territorio in cui si insegna - precisa Boni - così come punteggi più alti per i nostri insegnanti ai concorsi pubblici, garantiscono anche agli studenti di non avere più cattedre vuote a pochi mesi dall’inizio dell’anno scolastico, causate da una vera e propria ‘migrazionè degli insegnanti che, dopo essere stati nominati, chiedono il trasferimento nella propria terra d’origine”. Circostanza smentita, comunque, da una ricerca della Fondazione Agnelli di Torino.
[…] Ad anticipare la mossa della Lega lombarda, la scorsa settimana, è stato il Friuli Venezia Giulia. Il Consiglio regionale il primo aprile ha approvato una mozione, presentata dai consiglieri della Lega Nord, che impegna la giunta e l’assessore competente “ad attivarsi presso il Parlamento e il Governo nazionale affinché le graduatorie per l’accesso al ruolo degli insegnanti siano stilate su base regionale”.
A favore della mozione friulana si è schierata la maggioranza di centrodestra, con il voto contrario dell’opposizione. […] E’ stato invece bocciato il dispositivo [un emendamento della Lega, NdR] che sollecitava la “revisione del sistema dei punteggi per la formazione delle graduatorie affinché non si basi solo sui titoli, ma valorizzi anche la residenza sul territorio regionale e la conoscenza della cultura locale”.
(“La repubblica.it”, 08 aprile 2010)
…Solo insegnanti piemontesi
La Giunta del Piemonte vuole assumere direttamente insegnanti, ma solo se residenti in regione. A manifestare questa intenzione è stato l’assessore alla scuola, Alberto Cirio. «Abbiamo inserito nel pacchetto Lavoro – spiega – 10 milioni di euro che vogliamo utilizzare, in via sussidiaria, per assumere personale nella scuola, laddove esistono situazioni di criticità. Vogliamo che gli insegnanti siano residenti in Piemonte per tre motivi: perché usiamo risorse della regione, per affermare il principio della continuità didattica in quanto molti insegnanti che arrivano da altre parti d’Italia non finiscono l’anno scolastico e per tutelare il precariato piemontese».
(“La Stampa”, 11 giugno 2010)
L’esercito del Nord
La Lega si è impegnata per “settentrionalizzare”, oltre alla scuola, anche l’esercito italiano. Il 30 aprile 2008 Davide Caparini ha presentato una proposta di legge contro la “meridionalizzazione” dell’esercito. Nell’ illustrazione della proposta si riepilogano le battaglie già condotte negli anni precedenti, in particolare a favore degli alpini, da Caparini, Bricolo e soci anche se con scarso esito non solo per la sordità dei partiti romani ma anche, come devono ammettere i leghisti, per lo scarso entusiasmo dei giovani settentrionali. Ecco cosa si legge fra l’altro:
[…] Le regioni del centro-sud ed insulari continuano a costituire la stragrande maggioranza delle truppe di Esercito, Marina ed Aeronautica Militare. Neppure il sistema di agevolazioni fortemente voluto dall’allora Ministro delle Riforme on. Umberto Bossi al fine di generare un flusso di reclute dalle Regioni di tradizionale arruolamento del Comando Truppe Alpine non ha dato i risultati sperati. […]
Stante l’estrema delicatezza della funzione che assolvono, è necessario scongiurare la prospettiva che le Forze dell’Ordine siano espressione esclusiva di alcune Regioni del Paese, che sono poi quelle a più basso reddito e più elevata disoccupazione giovanile. […]
[Anche] le Brigate alpine stanno sperimentando una drastica contrazione dei militari provenienti dalle tradizionali zone di reclutamento, che vengono sempre più frequentemente rimpiazzati da soldati provenienti dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Campania. Il fenomeno – a parte gli intuibili contraccolpi negativi sull’efficacia operativa di una truppa che fa della preparazione al combattimento in montagna il suo punto di forza – ha anche delle ripercussioni di natura sociale.
[…] Tutto ciò premesso, a tutela dell’identità e delle peculiari caratteristiche delle truppe alpine la Lega Nord ha assunto nella XIV Legislatura che l’ha vista al Governo del paese tre iniziative rilevanti:
1) ha presentato una propria Proposta di legge che mira ad incentivare il reclutamento dei giovani provenienti dalle Regioni dell’Arco Alpino predisponendo tutta una serie di benefici addizionali a loro favore, tanto di carattere economico, quanto non monetario;
2) ha presentato, il 28 luglio 2003, primo firmatario l’onorevole Davide Caparini, un’interpellanza urgente al Ministro della Difesa, peraltro non ancora discussa, per chiedere l’apertura in Lombardia di una nuova caserma e la sua contestuale destinazione a sede di un reggimento alpino;
3) in occasione della discussione della Legge 23 agosto 2004, n. 226, sull’anticipazione al 1° gennaio 2005 della sospensione della leva in tempo di pace, ha presentato emendamenti con l’obiettivo di incentivare l’arruolamento di giovani provenienti dalle zone tipiche di reclutamento alpino attualmente sono raccolte nell’articolo 9 della Legge 23 agosto 2004, n. 226. Particolarmente interessante tra queste appare la norma che figura nel secondo comma del citato articolo, che così recita: “A decorrere dal 1° gennaio 2005, ai volontari in ferma prefissata di un anno ed in rafferma che prestano servizio nei reparti alpini è attribuito, in aggiunta al trattamento economico di cui all’articolo 8, un assegno mensile di cinquanta euro”. […]
Sfortunatamente la risposta dei giovani dell’Arco Alpino è stata deludente. Di conseguenza, il carattere regionale ed il radicamento territoriale delle unità dipendenti dal Comando Truppe Alpine stanno progressivamente venendo meno. […]
Per questo motivo sottopongo alla signoria Vostra la presente Proposta di Legge presentata nella XV legislatura che nasce dalla volontà di compiere un salto di qualità nell’opera di salvaguardia e ripristino del legame tra Alpi ed Alpini, introducendo un regime rafforzato e mirato di incentivi. L’elemento più forte è rappresentato dall’integrazione di paga, che tiene conto dei dislivelli di reddito esistenti tra le regioni dell’Arco Alpino ed il resto d’Italia e viene pertanto portata dai cinquanta euro mensili attualmente previsti a cinquecento e comunque non inferiore al 30% in più dei livelli previsti dalla legislazione vigente. Viene altresì previsto di garantire, nei limiti del possibile, lo svolgimento del servizio in siti prossimi al Comune di residenza dei volontari in ferma prefissata, fatte salve naturalmente le circostanze che implichino l’impiego operativo. L’intervento sulla composizione delle Commissioni chiamate a giudicare dei requisiti psico-attitudinali dei giovani aspiranti è invece suggerito dalla necessità di ovviare alle sempre più frequenti segnalazioni di abusi e discriminazioni compiuti proprio ai danni degli aspiranti volontari provenienti dalle regioni dell’Arco Alpino. A fronte di questi privilegi, e a tutela del rapporto esistente tra gli alpini ed il loro retroterra sociale, nella Proposta di Legge è previsto l’inserimento dei giovani congedati in un’apposita riserva fino al compimento del quarantesimo anno di età. Tale riserva è mobilitabile in caso di calamità naturale, ed è messa a disposizione delle autorità regionali, provinciali e comunali delle regioni dell’arco alpino interessate dall’eventuale evento calamitoso.
Il Pd definisce la proposta razzista
La scuola regionalizzata non bastava: ora la Lega vuole anche un esercito e un polizia del Nord. […] La proposta è stata depositata alla Camera a inizio legislatura (il 30 aprile 2008) ma il Pd denuncia un «pressing» di queste ore del Carroccio per metterla all’ordine del giorno della commissione Difesa alla ripresa dei lavori dopo la pausa d’agosto. […] La capogruppo del Pd in commissione, Rosa Villecco Calipari, definisce la relazione che accompagna la proposta «un inaccettabile documento razzista». «Come si può – spiega la Calipari – anche solo pensare che il parlamento possa discutere un provvedimento che parte dal presupposto per cui “l’efficacia operativa degli alpini è compromessa dalla presenza di volontari provenienti dalle regioni del Sud”? E che per “salvare l’identità del corpo degli alpini” si deve aumentare il numero di militari del Nord e ridurre quelli del Meridione, anche prevedendo diversità di paga. È allucinante, è una discriminazione inaccettabile! […] Il Pd – conclude Calipari – si opporrà strenuamente per impedire anche la sola discussione di un provvedimento che consideriamo incostituzionale, razzista e discriminante».
(“Corriere della sera”, 29 luglio 2009)
Altre varianti leghiste sul tema
JESOLO. “Non vogliamo che i militari meridionali colonizzino le nostre terre“. Dalla segreteria provinciale della Lega Nord, Daniele Stival replica al Pdl che in questi giorni è nuovamente tornato alla carica con l’invio di militari sulle spiagge del litorale per dare supporto alle forze di polizia. La Lega Nord rispolvera il suo arsenale di anatemi e arriva addirittura alle dichiarazioni contro i meridionali, chiuse da qualche anno nel cassetto dopo l’individuazione del nuovo nemico extracomunitario.
Il Pdl nei giorni scorsi ha affrontato la questione dell’invio di militari sulle nostre spiagge, proposta dal sindaco di Bibione, Giorgio Vizzon, sostenuta dall’assessore di San Donà, Oliviero Leo. […]
Un colpo diretto alla Lega, che punta invece sulle ronde e i volontari della sicurezza già schierati in molti paesi del Veneto Orientale. […]
“Noi stiamo con il ministro Maroni“, dice Stival, “e non con i militari. Siamo per i decreti del ministro. Militarizzare il litorale non è la soluzione appropriata, il decreto sulla sicurezza sì.[…] L’esercito sulle strade ci riporta ad un periodo storico non certo positivo per l’Italia […] – aggiunge – Sappiamo bene infatti che la maggior parte dei militari proviene dal Meridione e noi non vogliamo essere più terreno di conquista per nessuno.”
( “La Nuova” di Venezia e Mestre, 6 marzo 2009)
Scene di ordinario razzismo
L’atteggiamento sprezzante e discriminatorio della Lega verso i meridionali, nato in tempi lontani ma che continua ancora oggi, sfocia ripetutamente in episodi di intolleranza e di razzismo quotidiano (troppo spesso derubricato dai giornali a “bullismo”), ad opera di leghisti e di Radio padana o nelle zone che più risentono della subcultura leghista come Treviso. Ecco solo qualche esempio.
Taci “monnezza”
Il sindaco di Loria, Roberto Vendrasco, chiede scusa in nome della comunità al bambino di 8 anni, con mamma napoletana, tormentato a scuola al grido di «Monnezza, monnezza». Il sindaco ha incontrato i genitori del piccolo, presentando loro le scuse dell’amministrazione. Intanto i genitori hanno raccontato la loro versione dei fatti ai carabinieri. Il caso di bullismo in una scuola di Loria.
Il bambino di otto anni, figlio di una donna napoletana, veniva preso in giro dai compagni che lo chiamavano “monnezza” e lo picchiavano. I genitori hanno dovuto ritirarlo da scuola e trasferirlo in un istituto del Vicentino. Il caso è stato scoperto dalla mamma leggendo il diario del figlio. “Se mi mandi ancora in quella scuola mi uccido”, aveva scritto il piccolo, che fa la terza elementare.
(“La Tribuna” di Treviso, aprile 2008)
Senti che puzza

Campagna contro il centro-sinistra, indicato come responsabile dell'accumularsi dei rifiuti, ma anche contro Napoli
Lo chiamavano “figlio di camorrista”. Dicevano che “puzzava” perché era “meridionale”. In classe i compagni gli cantavano il coro che l’eurodeputato Matteo Salvini [vedi video alla fine] intonava nelle feste di piazza: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani”. Il bambino frequentava la prima media. […] A luglio Antonio è stato bocciato, eppure l’anno precedente, in quinta elementare, le maestre erano soddisfatte del suo rendimento scolastico, convinte che avrebbe superato le medie brillantemente. […] Un caso fotocopia a quello reso pubblico l’anno scorso sempre nella provincia di Treviso e sempre ai danni di un bambino napoletano [vedi sopra].
(“La Repubblica.in”, 21 luglio 2009)
Una polemica col Tg1
[…] La Lega stavolta si è innervosita perché a raccontare per conto del TG1 la Regata Storica di Venezia di ieri sono stati piazzati due giornalisti tutt’altro che padani: Giancarlo Mingoli, romano, ed Elisa Anzaldo, addirittura siciliana.
“Protesto tutta la mia rabbia“, ha detto il capogruppo della lega al Comune di Venezia Alberto Mazzonetto. “È scandaloso che la telecronaca non sia affidata a giornalisti veneziani o veneti. Al solito saccente da Roma, questa volta si è affiancata, come assistente, una giornalista siciliana: questi sono capaci di scambiare un pupparino con un transatlantico e pensano che la caorlina sia una dolce donna dell’estuario”.
Nonostante i due giornalisti abbiano tentato di stemperare, il comitato di redazione del Tg1 non è rimasto a guardare ed è intervenuto sulla vicenda dichiarando: “se da un lato si cerca di sorridere alle farneticanti dichiarazioni di un consigliere in vena di battute da osteria, il comitato di redazione non può rimanere il silenzio rispetto alla visione culturale che si cela dietro le parole del signor Mazzonetto che arriva a una condanna a priori di incompetenza solo sulla base della provenienza regionale di due colleghi di assoluta credibilità professionale”.
(Sul sito Excite, 7 settembre 2009)
Sindaco leghista rimuove la targa di Impastato
Quella targa della biblioteca comunale di Ponteranica, provincia di Bergamo, intestata al siciliano Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978, non è mai piaciuta al leghista Cristiano Aldegani. L´aveva ribadito con toni solenni in campagna elettorale, e adesso che è diventato sindaco ha provveduto: la targa col nome di Impastato è stata rimossa. Il primo cittadino avrebbe voluto sostituirla subito, con un´altra dedicata a padre Giancarlo Baggi, un padre sacramentino morto nel 2000, residente per molti anni nella comunità di Ponteranica. […] «Già durante la precedente amministrazione, di centrosinistra, avevo espresso le mie riserve – dice Aldegani – onore al merito di chi ha combattuto la mafia, ma ci sembrava giusto intitolare il luogo per eccellenza della cultura del nostro paese a un personaggio locale di grande valore spirituale». È una dichiarazione che mette ancora più a disagio gli alleati Pdl in giunta: […] «Non condividiamo davvero la scelta e i metodi usati dall´amministrazione leghista».
(“La Repubblica.it”, 10 settembre 2009)
I meridionali come sanguisughe
Treviso – “Le nostre imprese dovrebbero assumere solo trevigiani: gli extracomunitari drogano il mercato accettando paghe più basse, mentre i meridionali vengono qua come sanguisughe economiche, per non parlare del mordi e fuggi degli statali che poi chiedono il trasferimento”. E’ questo l’appello lanciato qualche giorno fa dal presidente della Provincia Muraro che, dopo la Festa delle Lega Nord, è tornato a parlare di gabbie salariali e di buste paga territorializzate. […]
“Siamo davanti a una deriva razzista, volgare e becera – scandisce il consigliere provinciale dei Comunisti italiani, Stefano Mestriner – con la violenza delle parole questa amministrazione vuole nascondere i problemi che non riesce a risolvere”. […]
Ma a sollevare ancora più clamore è la definizione di “sanguisughe” economiche cucita addosso ai meridionali, soprattutto ai lavoratori statali. Un clamore che è arrivato in fretta anche a palazzo Ferro Fini. “E’ inaccettabile offendere i cittadini di origine meridionale residenti nella Marca – ribatte il capogruppo regionale della lista civica “Per il Veneto con Carraro”, Marco Zabotti – trovo assurdo affrontare questioni serie come la crisi economica, e i conseguenti problemi occupazionali sul nostro territorio, con un linguaggio scriteriato e sgradevole, che dà purtroppo il senso di una deriva di valori, di contenuti e di stile”.
(Mauro Favaro, “OggiTreviso”, 12 settembre 2009)
Contro i meridionali
Votate Lega Nord, siamo gli unici a rivendicare con fierezza la nostra identità padana ben distinta da quella meridionale, nonché la superiorità della Padania in tutti i campi rispetto al Sud, siamo gli unici a dire senza mezzi termini che il Nord è di gran lunga la parte più avanzata e produttiva della penisola nonché più civile, nel nostro territorio fatti come quelli di Rosarno non ne accadono… e inoltre i meridionali emigrati al Nord votano in massa a sinistra, vedi Torino città, e anche per differenziarci da loro dobbiamo votare tutti Lega Nord
(postato da “Padanialibera” il 5 marzo 2010 sul sito Forum al femminile
http://forum.alfemminile.com/forum/actu1/__f46831_actu1-Contro-i-meridionali.html)
Dialetto campano e accento siculo? Licenziati
«Settati piccì». Due parole bastano per essere licenziati, in aula. Il maestro A.B. supplente nel secondo circolo didattico di Pordenone è stato licenziato in tronco: non parlava italiano, dicono. Invitava il bambino in piedi a sedersi dietro il banco dicendo: “settati”. […].
«Brava persona, supplente a 40 anni compiuti da un pezzo, in arrivo dalla Campania – hanno detto i colleghi sotto la coltre di silenzio e anonimato che avvolge la vicenda in aula -. Il suo peccato originale: talvolta parlava dialetto stretto del Sud». […]
Avesse parlato friulano? «La “marilenghe” è un’altra cosa – dicono le esperte di lingua -. Questo non appartiene alla nostra tradizione».
Il caso ha creato qualche imbarazzo. «Il sindacato deve fare qualcosa – hanno suggerito alcuni colleghi -. Lo hanno silurato con pregiudizio. Non hanno usato lo stesso metodo in Provincia, per scegliere l’insegnante nella trasmissione “Parlare italiano si può” dedicata agli stranieri immigrati e da alfabetizzare, su TelePordenone? Il primo candidato di grande professionalità aveva una inflessione sicula: è stato silurato».
(“Messaggero veneto”, 11 marzo 2010)
Dialetto veneto? Assunti
La comprensione della parlata veneta, meglio conosciuta come dialetto: è uno dei requisiti richiesti alla prova di cultura generale di un concorso per un posto di vigile urbano a Battaglia Terme, nel Padovano. Chi supererà la prova di comprensione del veneto davanti alla commissione d’esame avrà due punti in più sui 30 complessivi previsti dal concorso. A proporre l’inserimento del dialetto tra le cose che un vigile deve sapere, l’assessore in quota Lega Alfredo Beghin, in una giunta guidata da un sindaco del Pdl. Beghin – riporta la stampa locale – ha sottolineato che non si tratta di una provocazione, ma più semplicemente della giusta risposta al fatto che ci sono molti anziani e hanno il diritto di rivolgersi ai rappresentanti sul territorio dell’ amministrazione comunale in modo diretto usando anche il dialetto.
L’ennesima stupidaggine, la solita provocazione leghista. Il linguista e professore emerito di storia della Lingua Italiana, Gian Luigi Beccaria, definisce con queste parole la proposta dell’assessore leghista di Battaglia Terme. «Prima di tutto bisognerebbe definire di quale dialetto stanno parlando, il padovano, il veneto o chissà cos’altro – si domanda Beccaria – anche perché il veneto, come il lombardo o il piemontese non esistono. Sono agglomerati di dialetti al loro interno. Qual è il dialetto piemontese per esempio? Il torinese, il cuneese, l’astigiano delle campagne? Esiste invece la lingua italiana. Io che amo i dialetti e li ho sempre coltivati non direi mai una cosa del genere».
(“La Repubblica.it”, 11 giugno 2010)
E per finire
Proponiamo di seguito un breve stralcio di Radio Padania, postato nel blog di Daniele Sensi, molto ricco di materiale critico sulla Lega; e i cori intonati a Pontida da Salvini contro i napoletani, nel montaggio di Paolo Palmacci (soWWWersiva_Mente)
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