E’ convinzione diffusa che il cristianesimo abbia eliminato la schiavitù.

I frati della Casa della Santa Trinità (XII secolo) “scambiano” schiavi pagani con schiavi cristiani. La regola stabiliva che i frati dovessero riscattare i cristiani fatti schiavi da pagani dando in cambio denaro o schiavi pagani di loro proprietà.

Leone XIII, nell’In plurimis del 1888, afferma: “Non si attribuiranno mai abbastanza elogi né si sarà mai abbastanza grati alla Chiesa cattolica, che per somma grazia di Cristo Redentore abolì la schiavitù, introdusse tra gli uomini la vera libertà, la fratellanza, l’uguaglianza, e perciò si rese benemerita della prosperità dei popoli”. Ma ciò è contraddetto dalla storia.

La Chiesa ha praticato la schiavitù – I nobili romani, benché convertiti, potevano continuare a avere schiavi e le Istituzioni del cristianissimo Giustiniano stabilivano “che i padroni abbiano diritto di vita e di morte sugli schiavi”.

Nel Medioevo vari concili locali vietarono a vescovi e frati di vendere “case, schiavi e gli arnesi del ministero” di proprietà della Chiesa (Agde, 506). Gregorio I Magno (590-604) ordinò di riportargli “gli schiavi fuggitivi appartenenti alla chiesa” (Epistola 9, 30). Dal V secolo e per lungo tempo i preti che violavano il celibato, le loro amanti e i loro figli furono puniti con la riduzione in “schiavitù perpetua della Chiesa”: se i sacerdoti “ospitano donne sospette”, “il vescovo dovrà vendere le donne come schiave” (Toledo, V sec.); “chi dal vescovo giù giù fino al suddiacono abbia generato dei figli da nozze esecrande, sia con una donna libera sia con una schiava, dev’essere punito secondo la legge canonica; i figli generati da tale incesto devono appartenere per sempre come schiavi alla Chiesa” (Toledo, VII sec.).

Il traffico di schiavi fu poi pratica costante dello Stato della Chiesa in età moderna, come attestano il fitto scambio epistolare di vari papi con funzionari vaticani  per la compra-vendita di schiavi: a titolo di esempio citiamo la lettera con cui Innocenzo X informa nel 1645 mons. Raggi di aver ordinato “al Principe Nicolò Ludovisio generale delle nostre galere che le provegga di 100 schiavi Turchi” e due lettere analoghe scritte nel 1788 e nel 1794 da Colelli, che aveva la carica già per sé significativa di “intendente pontificio per gli schiavi”.

La Chiesa l’ha legittimata – La pratica dello schiavismo non fu un abuso in contrasto con la dottrina cattolica ma, al contrario, fu legittimata da essa a partire dai testi che si dicono ispirati da Dio. Il Decalogo, fatto proprio dalla Chiesa, ordina di “non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino” con ciò riconoscendole “proprietà” legittime e anzi da rispettare. Paolo nella Lettera agli Efesini dice “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo” (6,5) e nella Prima lettera a Timoteo: “Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio” (6, 2).

Nel V secolo Agostino afferma che Cristo “non ha preso i servi e ne ha fatto dei liberi, ma ha preso dei servi cattivi e ne ha fatto dei buoni.” E aggiunge con involontario umorismo: “Quale debito hanno i ricchi verso Cristo per il modo come ha loro sistemato la casa!” (Esposizione sui salmi, 124, 7).

Agostino sostiene poi, come ripeterà  nel XIX secolo Leone XIII, che “a buon diritto la condizione servile è stata imposta all’uomo peccatore”. La stessa giustificazione diede Tommaso d’Aquino (XIII secolo). E alle soglie del Settecento, per il teologo Leander, è “di fede che questo tipo di schiavitù in cui un uomo serve il padrone come schiavo è del tutto legittimo” (1692).

I papi, pur episodicamente vietando di trarre in schiavitù questa o quella categoria (i cristiani, gli indi, i catecumeni ecc.), non condannarono la schiavitù in generale, anzi la giustificarono e la ordinarono. Qualche esempio: il canone 27 del Concilio Lateranense III (1179) autorizza a ridurre in schiavitù le bande anticristiane della Brabanza, Aragona e Navarra; Niccolò V “concede” al re del Portogallo di “ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo…e di gettarli in schiavitù perpetua” (Romanus pontifex, 1454). Paolo III autorizza le ricche famiglie romane a usare schiavi (1549). Secondo un’Istruzione del Santo Ufficio approvata da Pio IX, “Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato” (1866).

Una tardiva condanna – Solo qualche decennio prima dell’Istruzione di Pio IX, e in contrasto con essa, Gregorio XVI condannò come “delitto” la schiavitù (In supremo, 1839), ormai bandita da tutti i maggiori paesi europei. Ma naturalmente, come farà più tardi Leone XIII, cercò di far credere che tale condanna fosse stata caratteristica della Chiesa fin dalle origini. Disse cioè una bugia.

La condanna fu poi reiterata dal Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 1965). E il Catechismo del 1992 indica come peccato contro il settimo comandamento quanto porta “all’asservimento di esseri umani…ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come fossero merci” (2114) anche se, poche pagine dopo, per introdurre il decimo comandamento (2534) si cita il versetto biblico: “Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcune delle cose che sono del tuo prossimo” (Dt, 5, 21)…

In conclusione la Chiesa non ha abolito fin da principio la schiavitù anzi l’ha praticata per secoli, ha giustificato la sua conservazione e ha speso la sua influenza per perpetuarla. Anche quando si è decisa a condannarla, non ha ammesso di aver sbagliato e predicato l’errore per quasi due millenni. E non può ammetterlo, senza doversi riconoscere umanamente fallibile anziché divinamente ispirata.

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