Negli ultimi decenni la Chiesa ha condannato spesso la guerra, che  Giovanni XXIII ha definito «contraria a ragione» (Pacem in terris). Giovanni Paolo II si è opposto energicamente alle guerre contro l’Iraq, pur sostenendo la “ingerenza umanitaria” nella ex-Jugoslavia. E Benedetto XVI ha solennemente affermato che «Dio, Creatore e Padre di tutti, chiederà conto ancor più severamente a chi sparge in suo nome il sangue del fratello» (Discorso all’Angelus, 26/2/2006). Ma tali posizioni contrastano con la pratica e la dottrina delle guerre “giuste” e “sante”, combattute dai papi alla testa degli eserciti pontifici o bandite contro arabi, eretici e turchi.

Giosuè e i re sconfitti in una acquaforte di Chagall

«Dio lo vuole»

Più che al pacifismo evangelico, la Chiesa è parsa infatti ispirarsi per quasi due millenni all’esempio dell’antico Israele, guidato dal bellicoso «Dio degli eserciti» nella conquista della Palestina. Già nel IV secolo Agostino teorizzò la guerra “giusta” prendendo a modello le guerre «intraprese da Mosè» per ordine di Dio al fine di reprimere i malvagi, riparare le offese e ristabilire la pace.

Nel Medioevo prototipo della guerra “giusta” divenne la guerra “santa”  intrapresa per difendere la cristianità contro gli infedeli, prima i Sassoni brutalmente sottomessi e costretti a convertirsi da Carlo Magno, poi gli arabi. Ma il concetto si dilatò fino a farvi rientrare le guerre fatte non solo per difendere la fede ma anche lo Stato pontificio, o per espanderlo…

Una simile guerra venne ritenuta «santificante» per «coloro che cadono sul campo di battaglia» e che, garantisce Giovanni VIII, «entreranno nel riposo della vita eterna» (Lettera ai vescovi del regno di Luigi il Balbo, 878). «Subire o portare la morte per il Cristo non è mai un crimine: è ragione di gloria», diceva Bernardo di Chiaravalle. «Il Cavaliere del Cristo può uccidere con la coscienza tranquilla e morire in pace… Quando uccide un malfattore, non è un omicida ma un malicida» (De laude novae militiae, 1128).

La Chiesa coltivava l’idea della guerra e della strage come espressioni armate della volontà di Dio. «Quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici», concluse Urbano II nel bandire la prima crociata, «sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: “Dio lo vuole! Dio lo vuole!”».

Questo Dio sembra in tutto analogo a quello che a detta di Innocenzo III spingeva due secoli dopo i «valenti soldati di Cristo» a fare strage di Albigesi, o che Pio V invocava, insieme alla Vergine Maria, nella battaglia navale contro i turchi a Lepanto. Ma pare incredibilmente diverso da quello di cui ci parla Benedetto XVI e che, come abbiamo visto sopra, «chiederà conto ancor più severamente a chi sparge in suo nome il sangue del fratello».

A quale Dio credere?

A quale Dio, e a quale dei vari “infallibili” si debba credere, resta un problema. Per i cattolici del Medioevo non c’erano dubbi: il vero Dio era quello indicato dal papa in carica, che assicurava la indulgenza plenaria, l’assoluzione dai peccati e la vita eterna a chi uccideva o moriva in Terrasanta. E’ quanto del resto ancora credeva o induceva i fedeli a credere Leone XIII, alla fine dell’Ottocento, scrivendo che la battaglia di Lepanto era stata vinta per l’intervento divino e il decisivo aiuto di Maria, «mossa dalla preghiere», nello sbaragliare e uccidere i nemici (Supremi apostolatus).

Certo, se fino a quel momento i cattolici avevano avuto ragione, hanno torto adesso. O viceversa. Per gli uni o per gli altri la Chiesa non è stata maestra di verità ma cattiva maestra che li ha indotti in errore.

La  guerra giusta

A fissare in termini più generali la teoria della guerra “giusta” pensò nel XIII secolo Tommaso d’Aquino, che riprende Agostino e spiega: «Perché una guerra sia giusta si richiedono tre cose. Primo, l’autorità del principe, per ordine del quale la guerra deve essere proclamata… Secondo, si richiede una causa giusta, e cioè una colpa da parte di coloro contro cui si fa la guerra… Terzo, si richiede che l’intenzione di chi combatte sia retta: e cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male» (Somma teologica).

In questa formulazione, che si presta alle più diverse interpretazioni,  la dottrina della guerra giusta seguitò ad essere professata dalla Chiesa anche quando fu accantonata la guerra “santa” tradizionale e servì per giustificare la “conquista” coloniale, poi la guerra civile dell’ «eroica Spagna» franchista, benedetta da Pio XI e Pio XII, da ultimo il diritto a guerre anche offensive e con armi atomiche contro governi che violano i diritti umani (come disse Pio XII quando si trattava di giustificare un’eventuale guerra contro i regimi comunisti).

E oggi? Decida il governo

In  sostanza la teoria della guerra giusta è anzi ancora oggi sostenuta dalla Chiesa cattolica benché declinata in senso pacifista per le pressioni della base cattolica. «L’uso della forza militare è moralmente giustificato», si legge nel Compendio 2005 al § 483, «dalla presenza contemporanea delle seguenti condizioni: certezza di un durevole e grave danno subito; inefficacia di ogni alternativa pacifica; fondate possibilità di successo; assenza di mali peggiori, considerata l’odierna potenza dei mezzi di distruzione».

Ma dove più la Chiesa tradisce una continuità col suo passato è al §484, quando afferma che per stabilire se e quando si diano le condizioni che giustificano la guerra bisogna rimettersi «al giudizio prudente dei governanti [l’autorità del Principe, diceva Tommaso, NdA], cui compete anche il diritto di imporre ai cittadini l’obbligo della difesa nazionale, fatto salvo il diritto personale all’obiezione di coscienza, da attuarsi con altra forma di servizio alla comunità umana” [corsivo mio]. E in questo finale torna a farsi sentire la pressione dei cattolici pacifisti molto presenti negli anni del Vaticano II, che ottenne di vedere riconosciuta come diritto quella obiezione di coscienza che ancora Pio XII condannava come diserzione.


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