Sul Cortile dei Gentili, ossia sul dialogo fra credenti e non credenti come tende a concepirlo il papa, riporto questo articolo di Cecilia M. Calamani apparso il 28 marzo su “Cronache laiche

Ci sono dei concetti che possono essere qualificati, altri che, invece, contengono in sé le loro caratteristiche di qualità. Se possiamo mangiare un buon gelato o vedere un film noioso, al contrario non possiamo essere vittime di una giustizia sbagliata (non è giustizia) o fare una guerra umanitaria (delle due l’una), tanto per citare due usi impropri del lessico in bella mostra nelle dichiarazioni politiche di questi giorni. Dare una connotazione qualitativa a termini che già la contengono al loro interno è un’operazione disonesta che mira a instillare nelle menti una loro diversa – e impossibile – declinazione. È un giochino al quale il nostro premier ci ha abituato da tempo, e che il papa non disdegna.

«Le religioni non possono aver paura di una laicità giusta, di una laicità aperta che permette a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo la propria coscienza», ha dichiarato Ratzinger sabato scorso, in occasione dell’inaugurazione del Cortile dei Gentili – la struttura di dialogo tra credenti e non credenti guidata dal cardinal Ravasi – a Parigi. Quella che, a prima vista, potrebbe apparire finalmente come un’apertura alla divisione di ruoli tra dio e Cesare cela, in realtà, un becero tranello e un pericolo per il concetto stesso di laicità.

La lacità non è né giusta ingiusta, chiusaaperta. È solo l’«assoluta indipendenza e autonomia nei confronti della Chiesa cattolica o di altra confessione religiosa» (Dizionario della lingua italiana – G. Devoto, G. Oli). Si può far proprio questo concetto oppure no, e fa parte della libertà di opinione, ma non si può insinuare che esista una laicità giusta e aperta contro una ingiusta e chiusa. E chi lo fa, soprattutto se è un fine intellettuale come il papa, mente e non certo per caso o per distrazione.

Infatti Ratzinger, se da una parte vuole mostrare al mondo non cattolico la sua apertura alla modernità, dall’altra avverte i suoi – che, per inciso, oltre che cattolici sono anche elettori – su qual è la “natura” della laicità di cui non devono aver paura, come se ne esistessero diverse. Il punto, contrariamente a quanto vorrebbe far credere il papa ai non credenti, non è quello di permettere «a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo la propria coscienza», perché se così fosse non ci sarebbe stato bisogno di scomodare degli aggettivi a corredo: questa caratteristica è intrinseca nel concetto stesso di laicità. E, a dire il vero, non ci sarebbe neanche bisogno del Cortile dei Gentili, perché è proprio il piano laico l’unico terreno di confronto possibile tra atei e credenti.

I cattolici, nei paesi laici, sono sempre stati liberi di comportarsi secondo coscienza: nessuno li costringe  ad abortire, a ricorrere alla fecondazione eterologa, a essere omosessuali, a rifiutare alimentazione e idratazione artificiali in  caso di coma vegetativo, a frequentare le scuole statali, a sposarsi secondo il rito civile. Evidentemente una «giusta» e «aperta» laicità è qualcosa di più. Un sistema legislativo in cui le istanze cattoliche siano recepite e, da noi, un sistema economico che foraggi la Chiesa e le sue diramazioni.

Ma questo con la laicità non ha nulla a che vedere. Serve, piuttosto, a istradare le preferenze politiche verso chi, oltre a permettere ai cattolici di vivere secondo coscienza, lo vieta a tutti gli altri. Coglieranno la sottogliezza gli illustri atei invitati al Cortile dei Gentili?


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