Le due cupole
Posted on settembre 29th, 2010 in No Comments »
Nel n. 73 del 2 ottobre l’agenzia cattolica progressista “Adista” dà conto di un convegno organizzato il 17 settembre insieme ad altri gruppi cattolici-critici (nodo romano di Noi Siamo Chiesa, Comunità di base di San Paolo, Koinonia, Gruppo di controinformazione ecclesiale, Liberamentenoi, la Tenda e Cipax) sul tema Sotto le due Cupole. Chiesa, religione mafia. Il convegno (la cui registrazione audio e video si può trovare sul sito web di Radio Radicale ) ha discusso sulle sovrapposizioni e gli intrecci fra le due “cupole” di S. Pietro e della mafia su cui si è in particolare soffermata la sociologa palermitana Alessandra Dino.
L’intreccio Chiesa-mafia
“Gli stretti rapporti fra Chiesa cattolica e mafia”, ha sottolineato la Dino, “non sono un’invenzione della stampa: da sempre le mafie hanno fatto uso di una simbologia e di una ritualità presa in prestito dalla religione cattolica… da sempre si dicono cattolici, e partecipano a diversi momenti della vita ecclesiale, sia per il bisogno interiore, comune a molti, di credere in qualcosa, come hanno raccontato diversi pentiti, sia perché alla mafia serve la Chiesa: per ragioni di appartenenza, identità e coesione interna e per ragioni di consenso sociale. Il boss che guida la processione di sant’Agata a Catania […] è un segnale molto forte agli occhi della gente: c’è la benedizione della Chiesa, quindi un riconoscimento pubblico”.
Si tratta d’altra parte di un’attenzione non a senso unico poiché soprattutto nel passato, ha rilevato la Dino “c’è stata accettazione e compiacenza, anche da parte dei vertici ecclesiastici, come il card. Ruffini [arcivescovo di Palermo dal 1946 fino al 1967], per cui la mafia era comunque meglio del comunismo”. In buonafede, per tentare di salvare la “pecora smarrita”, per scarsa conoscenza e sottovalutazione, o in malafede? Indipendentemente dalle intenzioni quel che conta sono “gli effetti storico-sociali di questa posizione, ovvero l’aumento del consenso da parte di Cosa Nostra, anche grazie al consenso manifestato da molti uomini di Chiesa. E la controprova”, ha continuato la Dino”, “è che, quando la Chiesa ha pronunciato parole o compiuto gesti forti di rottura, la mafia ha reagito… don Puglisi [nell’immagine un quadro in suo ricordo] è stato ucciso per il suo impegno antimafia”.
Silenzi e ambiguità che restano
Da rilevare la conclusione problematica della sociologa palermitana secondo la quale da parte della Chiesa “c’è maggiore consapevolezza, sebbene non ancora piena”, perché da un lato un recente documento della CEI dichiara la mafia “struttura di peccato e inconciliabile con la fede”, d’altra parte però “si sofferma solo sulla mafia che spara, mentre la mafia è forte proprio quando non spara perché significa che ha consenso e che ha ‘normalizzato’ l’illegalità, e tace su due aspetti: la scomunica ai mafiosi e i rapporti fra mafia, politica e imprenditoria, sostenendo quindi che il Mezzogiorno d’Italia soffre di una serie di difficoltà economico-sociali senza però indicarne le cause”.
Sui troppi “ silenzi e ambiguità” della Chiesa che a suo avviso “non hanno giustificazioni”, è intervenuto, come ricorda un secondo articolo di “Adista” dedicato al convegno, anche il presidente Libera Luigi Ciotti, mentre contro il rifiuto della Chiesa di riconoscere a don Puglisi il titolo di martire è intervenuto il moderatore del dibattito e direttore di “Adista” Giovanni Avena. Egli ha definito “specioso” l’argomento con cui si giustifica questo rifiuto: si sostiene, ha detto, che il titolo di ‘martire’ può essere tributato solo ai cristiani ammazzati ‘in odio alla fede’. E siccome non si considera la mafia né pagana né atea, perché anzi osserva le pratiche religiose, la teologica conseguenza è che i mafiosi di Brancaccio non potevano uccidere don Pino in odio alla loro stessa fede, ma solo perché a Brancaccio ostacolava le loro imprese. Insomma ‘se l’era andata a cercare’, come qualche giorno fa ha detto l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlando di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore del Banco Ambrosiano di Sindona ucciso nel 1979″.
Teologia e mafia
Proprio su questo punto delicato e nevralgico, ossia su quali elementi della teologia cattolica siano “intonati” alla “visione mafiosa”, è stato infine centrato l’intervento di Augusto Cavadi, autore del libro Dio dei mafiosi. Secondo Cavadi “Da una Chiesa povera e fraterna, i mafiosi, che perseguono potere e denaro, si autoescluderebbero da soli e anzi la considererebbero loro nemica.
Invece in questa nostra Chiesa potente, gerarchica, verticistica, omofoba e ritualistica i mafiosi si trovano bene, perché vi trovano molte analogie con i codici e mafiosi. Insomma, io credo che se la patologia è ricorrente, e del resto in altri contesti storico sociali con la Chiesa cattolica si sono trovati bene anche diversi regimi dittatoriali e militari, allora non è più patologia, bensì fisiologia. E questo significa che il problema non sono solo i singoli uomini di Chiesa compiacenti con i mafiosi, ma una teologia che non produce una visione del mondo incompatibile con la visione che del mondo ha la mafia”. Cavadi ha continuato indicando gli elementi della teologia cattolica concordanti con una visione mafiosa in “Un ambiguo concetto di Dio, non sempre presentato come Dio Padre ma spesso come onnipotente, severo e implacabile, che dà e toglie la vita: quasi un ‘dio padrino’. Un’altrettanta ambigua immagine di Cristo, in molte occasione assai distante dal Gesù di Nazareth che annuncia il Regno di Dio per i poveri. E poi una Chiesa gerarchica, costruita più sul modello dell’Impero romano che sulla comunità democratica degli apostoli.” Solo se cambia questa teologia e vi si sostituisce l’idea di “un Dio senza antropomorfismi, un Cristo liberante e una Chiesa fraterna, povera e diaconale”, si potrà anche riconoscere don Puglisi come martire “perché sarà martire anche chi lotta per la giustizia, come appunto ha fatto don Puglisi”.
Nota a commento
Osservazioni acute se non fosse che la Chiesa e la teologia auspicata dai promotori del convegno contraddicono duemila anni nel corso dei quali sono diventati parte essenziale non solo della pratica ma della dottrina cattolica (dal catechismo alle “infallibili” dichiarazioni di papi e concili) elementi teologici intonati con la visione mafiosa, ivi compreso quel Dio antropomorfico ancora riproposto dal papa nel discorso del 13 settembre al nuovo ambasciatore tedesco presso la Santa Sede (w.p).

