Santo? Sempre più Dubito! Un dossier
Posted on maggio 11th, 2011 in No Comments »
La beatificazione di Wojtyla è avvenuta fra proteste, silenziate ma striscianti, dei settori più critici del mondo cattolico che è utile conoscere sia perché aiutano a meglio capire cosa fu realmente il pontificato di Giovanni Paolo II, sia perché testimoniano di crisi e dissensi che attraversano la Chiesa di Roma. Un documento già segnalato in questo blog è il libro elettronico Santo Dubito, curato da Adista e edito da terrelibere. A integrazione riporto quasi un piccolo dossier: due interventi tratti dal sito cattolico-critico “il dialogo”, di Giovanni Sarubbi, del 2 maggio scorso e due interventi apparsi il 30 aprile e l’11 maggio sempre sull’agenzia “Adista”.
Luciano Garofalo – La beatificazione di Wojtyla e la teocrazia di Ratzinger
Dopo la proclamazione a beato di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, non mi azzardo ad entrare nel merito specifico della causa di “beatificazione” poiché non dispongo di adeguate competenze su un argomento così ostico. Mi preme invece, esporre un giudizio storico sulla figura e sull’opera, senza dubbio vasta, articolata e complessa, di uno dei papi più longevi, controversi ed influenti nella storia della curia pontificia.
Di fronte all’imponente e insistente campagna di esaltazione mediatica condotta a reti unificate, confesso di aver provato un senso di fastidio. Ho avvertito l’impressione di un salto temporale a ritroso che ci ha trasportati all’epoca dello Stato pontificio e del papa-re. Non intendo sfidare l’ira cattolico-nazionale, ma vorrei provare ad esprimere un’opinione difforme rispetto al vento di conformismo neoguelfo che si respira sul fronte mediatico. In effetti, un papa che sin dall’avvio del suo pontificato ha rivelato notevoli e sorprendenti abilità nell’usare il potere dei media, si è confermato tale anche post mortem, quando gli è stata tributata un’apoteosi planetaria. Abbiamo assistito ad uno spettacolo di ipocrisia mediatica e mistificazione storica, ad una sbornia apologetica e filo-clericale, ad un martellante bombardamento volto a santificare ed osannare la figura del papa, vanificando ogni tentativo di analisi critica aperta e sincera. In un clima di fanatismo è quasi impossibile formulare una valutazione seria, onesta ed imparziale.
Bisogna analizzare con attenzione e senso critico i “successi” storici di Wojtyla. Il quale, almeno nelle enunciazioni di principio, seppe ergersi a paladino della “pace universale” in un momento difficile come il 1991, durante la prima guerra nel Golfo persico, quando le parole di aperta condanna del papa si imposero come una delle poche voci contrarie al conflitto, quando non era ancora apparso il movimento no-global, protagonista da Seattle in poi. Tuttavia, mentre il pontefice esecrava la guerra in Iraq, alcune banche cattoliche, ribattezzate non a caso “banche armate”, finanziavano (e finanziano tuttora) l’esportazione di armamenti che sono all’origine dei numerosi conflitti nel mondo. Non bisogna dimenticare che il 1991 fu l’anno in cui, dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi incancreniti e burocratici dell’Est europeo, si affermò il “nuovo ordine mondiale”, un assetto unipolare del mondo imperniato sulla superpotenza statunitense, un sistema imperiale che consacrò l’ascesa dei dogmi neoliberisti del “pensiero unico” e della “fine della storia”. Nessuno dubita che il pontificato di Giovanni Paolo II sia stato segnato da eventi epocali come il crollo del “socialismo reale”, alla cui causa ha fornito un apporto ideologico importante proprio Wojtyla, che nel contempo non ha lesinato critiche al cinismo immorale del mercantilismo, deplorando l’arroganza e l’ingerenza del capitalismo in una fase espansiva dell’economia di mercato. Ma un bilancio obiettivo e sereno sul suo pontificato non può ignorare la cifra ambigua che affiora da alcuni comportamenti e scelte del papa, ben sapendo che la sua voce è stata recepita soprattutto dalle masse dei dannati e diseredati che vivono nei continenti più poveri come l’Africa, non dai potenti che al suo funerale hanno versato lacrime di coccodrillo.
Eletto papa nel 1978, Wojtyła favorì l’ascesa dell’Opus Dei, una congrega occulta condannata dalla chiesa stessa, assegnandole ufficialmente un’autonomia giuridica nella Chiesa. L’Opus Dei, detta anche Octopus Dei, “la piovra di Dio”, con un richiamo esplicito alla sua struttura mafiosa, controlla una catena mondiale di banche e di aziende. Il fondatore dell’Opus Dei, José María Escrivá de Balaguer, fu consigliere del dittatore spagnolo Francisco Franco, fu proclamato beato nel 1992 e canonizzato nel 2002 proprio da Wojtyła. Un papa che non ha esitato a stringere la mano di un boia come Pinochet durante la visita in Cile nel 1987, che ha condannato la “Teologia della Liberazione”, l’unico serio e credibile movimento di militanza cattolica a favore della libertà e della giustizia sociale dei popoli oppressi dalle dittature in America Latina. Un papa che ha coperto le responsabilità vaticane nello scandalo del Banco Ambrosiano, in particolare del cardinale Paul Marcinkus, presidente dello IOR, la potente banca vaticana che il predecessore di Wojtyla, papa Luciani, in arte Giovanni Paolo I, aveva programmato di riformare, così come aveva in mente di aprire ufficialmente la Chiesa all’uso dei contraccettivi. Quando nel 1983 Marcinkus fu condannato per bancarotta fraudolenta e istigazione all’omicidio nel caso Ambrosiano, Giovanni Paolo II permise al reo di fuggire negli Usa e restarvi fino alla morte nel 1992. Inoltre, Wojtyla indignò l’opinione pubblica mondiale quando rifiutò di ricevere Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace per aver dedicato la sua vita alla lotta per i diritti degli indios messicani.
Insomma, Giovanni Paolo II è stato il monarca dell’unica autocrazia feudale e l’unica gerarchia piramidale tuttora esistente al mondo. Un regno scandito da decisioni equivoche e contrastanti. Sul piano della politica “estera” l’opera del papa è stata ispirata nelle dichiarazioni ufficiali da ideali evangelici, ma al di là delle chiacchiere menzognere e strumentali è stata discutibile, come sul fronte interno l’azione pontificia ha sancito in modo assolutistico e dogmatico posizioni di conservazione nel campo dei diritti al divorzio e all’aborto, in materia di costumi sessuali che sono abitudini interiorizzate dalla coscienza di milioni di donne e uomini che vivono nel mondo occidentale e professano una fede cattolica. E’ innegabile che su temi di enorme rilevanza etica e civile, la linea della chiesa governata da Wojtyla sia stata apertamente miope ed incapace di adeguarsi alla realtà secolare dei costumi odierni. Giovanni Paolo II si è dimostrato tanto fermo e perentorio nell’escludere le donne dal sacerdozio quanto deciso a scagliarsi contro la contraccezione e l’uso del profilattico. Questa crociata ha coinciso con l’incremento esponenziale dei decessi per Aids nel mondo, specie in Africa.
Non si può fingere di non vedere le attuali posizioni del Vaticano e del clero contro-riformatore e preconciliare, il cui peso si estrinseca in termini di arroganza e di fariseismo che tradiscono rigurgiti neoguelfi ed attestano un processo di egemonia e di restaurazione clericale che sono tendenze intrinseche alla storia, alla cultura e alla società italiane. Un blocco di fattori politici e culturali hanno causato la resa della laicità e della democrazia nel nostro Paese, riconsegnato, semmai si fosse affrancato, nelle mani di una teocrazia cattolico-integralista il cui despota è Ratzinger, la mente strategica della reazione clericale. E’ innegabile che l’avvento di Ratzinger ci abbia consegnato un papa oscurantista e retrogrado. I politici di professione, con ambizioni di carriera, rinunciano o esitano a fare simili affermazioni per non urtare la suscettibilità delle gerarchie ecclesiastiche e non perdere i consensi elettorali. Ma chi non persegue scopi elettorali sarebbe ipocrita se non denunciasse quella che è una realtà evidente, cioè che in Italia si è verificato un profondo regresso socio-culturale in senso illiberale. Non ha senso accettare, in nome di una democrazia bigotta, la sovranità e la volontà del popolo italiano, poiché questo non ha mai avuto l’occasione di manifestarsi liberamente avendo subito ingerenze che ne hanno condizionato o impedito il libero arbitrio, a causa di un regime che non è mai morto ed oggi è più forte e radicato rispetto al passato. Il potere clerico-fascista è risorto (semmai fosse defunto) più intollerante e arrogante che mai. Si avvalora un dato storico già sancito da Gramsci e ribadito da Pasolini: in Italia la sinistra laica, democratica e progressista, è politicamente minoritaria. Non a caso, per vincere le elezioni e battere una destra filo-clericale, populista e reazionaria, la sinistra è costretta a stringere alleanze con una parte del centro e dei cattolici moderati.
Juan José Tamayo, teologo – La beatificazione di Giovanni Paolo II
(fonte El Pais, tradotto da Stefania Salomone)
Domani, 1 maggio 2011, Benedetto XVI beatificherà il suo predecessore Giovanni Paolo II. Fin dal suo annuncio, questa beatificazione ha causato angoscia e stupore in settori importanti della Chiesa cattolica. Capisco il disagio, poiché alcune delle azioni di Giovanni Paolo II sono state tutt’altro che esemplari come ci si aspetterebbe invece da una persona elevata alla gloria degli altari e presentata come un modello di virtù per i cristiani.
Mi riferisco al suo modo autoritario di guidare la Chiesa, al suo rigore morale, al trattamento repressivo riservato a teologi e teologhe in disaccordo con il Magistero ecclesiastico, molti dei quali sono stati sospesi dai loro incarichi e le loro opere sottoposte a censura, al silenzio e alla comprovata complicità nei casi di pedofilia, in particolare nei confronti del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, al quale ha sempre riservato un trattamento preferenziale con il beneplacito del cardinale Ratzinger, il suo braccio destro, e così via.
La chiave per la beatificazione di Wojtyla è l’apprezzamento del suo successore, Ratzinger
Con questi due ultimi papi siamo passati dalla Chiesa popolo di Dio alla Chiesa piramidale. Ma questo non rappresenta una sorpresa. Con questa beatificazione, Papa Benedetto XVI non ha fatto null’altro che mettere in pratica il vecchio detto: la gratitudine è la virtù dei forti. L’elevazione di Karol Wojtyla al rango di beato è il miglior segno di apprezzamento che potesse rendere al suo predecessore, che lo ha nominato a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede e che gli conferì potere assoluto nelle questioni dottrinali, morali e amministrative. Inoltre, è stato Giovanni Paolo II che gli ha spianato la strada nominandolo suo successore in pectore. Come avrebbe potuto l’attuale papa mancare di beatificare l’autore di una tale ascesa nei ranghi ecclesiastici?
Se non fosse stato per Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger oggi sarebbe un irrilevante arcivescovo emerito. Ma il destino ha voluto che il papa polacco chiamasse al suo fianco l’arcivescovo tedesco e lo nominasse Inquisitore della Fede, fatto che ha rappresentato una svolta copernicana nella vita del cardinale Ratzinger. Per quasi un quarto di secolo è stato il funzionario più potente della curia romana attraverso le cui mani sono passate le questioni più scottanti del mondo cattolico, dal controllo della dottrina ai casi di pedofilia sui quali ha decretato la massima segretezza, imponendo a vittime e carnefici un silenzio che li ha resi complici della copertura crimini orrendi contro persone inermi.
Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger hanno vissuto un idillio per quasi cinque decenni, con una divisione di ruoli che hanno sempre rispettato. Il primo con la vocazione da attore fin da giovane, ha esercitato questo ruolo alla perfezione, diventando così uno dei più grandi attori del Novecento ricevendo il plauso di milioni di telespettatori in tutto il mondo dalla sua elezione papale al suo funerale. Il secondo, invece, ha esercitato il ruolo per il quale era stato appositamente addestrato, l’ideologo e sceneggiatore dello spettacolo che il papa avrebbe dovuto rappresentare e che mise per iscritto nel suo libro intervista Rapporto sulla fede, la cui idea centrale era la restaurazione della Chiesa Cattolica.
La sceneggiatura comprendeva la revisione del Vaticano II e l’inversione di marcia della Chiesa cattolica, la restaurazione dell’autorità papale, svalutata nel periodo post-conciliare, l’affermazione del dogma cattolico, la nuova evangelizzazione, la re-cristianizzazione dell’Europa, il ritorno alla tradizione, i vincoli alla riforma liturgica, la confessionalità della politica e della cultura, la difesa della morale tradizionale con tutte le sue rigidità in aree che fino ad allora erano state oggetto di dibattito all’interno e al di fuori del cattolicesimo, come la famiglia, il matrimonio, la sessualità, l’inizio e la fine della vita, e così via.
Il panorama ecclesiale descritto dal cardinale Ratzinger in una intervista di Vittorio Messori, in seguito pubblicata in un libro con il predetto titolo Rapporto sulla fede, non potrebbe essere più cupo: “E ‘innegabile che gli ultimi 20 anni siano stati decisamente dannosi per la Chiesa Cattolica. I risultati che sono seguiti al Concilio sembrano opporsi crudelmente alle speranze di tutti, a cominciare da quelle di Papa Giovanni XXIII e poi quelle di Paolo VI. I cristiani sono, ancora una volta, una minoranza, più che in qualsiasi altra epoca fin dall’antichità.
I Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e invece è sopravvenuta una tale divisione che – come disse Paolo VI – si è passati dall’auto-critica all’auto-distruzione. Si sperava in un nuovo entusiasmo, e si è finiti nella chiusura della noia e dello sconforto. Ci aspettavamo un salto in avanti, e siamo andati incontro ad un processo progressivo di decadenza che si è sviluppato in gran parte sotto il segno del presunto spirito conciliare, causandone il discredito.”
Nella sceneggiatura entrava, invece, la politica della nomina dei vescovi senza la quale non sarebbe stato possibile la restaurazione della chiesa progettata all’unisono da Giovanni Paolo II e dal cardinale Ratzinger. Gradualmente, i vescovi conciliari sono stati sostituiti da prelati preconciliari, i vescovi impegnati col popolo hanno fatto spazio ai vescovi la cui principale preoccupazione era l’ortodossia, i vescovi legati alla Teologia della Liberazione hanno ceduto il passo agli obbedienti a Roma. Tutto questo avrebbe garantito il successo della nuova strategia neo-conservatrice.
Entrambi hanno dato il loro apporto ai documenti conciliari. Si sperava quindi che, acquisendo successivamente posizioni di responsabilità nelle alte sfere, attuassero le riforme approvate dal Concilio Vaticano II nei vari ambiti della vita ecclesiale: vita e organizzazione della chiesa, teologia, liturgia, utilizzo del metodo storico-critico per lo studio dei testi sacri, il dialogo con il mondo moderno, la presenza della Chiesa nella società e, soprattutto, la creazione della “Chiesa dei poveri”, proposta nodale di Giovanni XXIII. Non è stato questo, tuttavia, il percorso seguito da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Quando raggiunsero il soglio pontificio incominciarono una lenta demolizione dell’edificio costruito dai Padri conciliari tra il 1962 e il 1965, allontanandosi dal progetto di Chiesa delineato accuratamente nelle costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni che compongono il Magistero conciliare.
Il cambiamento non avrebbe potuto essere più evidente: si è passati dalla Chiesa popolo di Dio e comunità dei credenti, alla Chiesa gerarchico-piramidale, dalla corresponsabilità al governo autoritario, dal pensiero critico al pensiero unico, dall’autonomia delle chiese locali al controllo centrale, dalla gerarchia come servizio alla gerarchia come esercizio di potere, dalla teologia come intelligenza della fede in dialogo con altre sfere del sapere alla teologia come comprensione di fede in dialogo con le altre conoscenze a la teologia come una glossa del Magistero ecclesiastico, dall’etica della responsabilità al rigorismo morale, dal dialogo multilaterale all’anatema.
La beatificazione di Giovanni Paolo II è, a mio parere, un ulteriore esempio della direzione che Benedetto XVI ha impostato, dal neoconservatorismo al fondamentalismo.
Lucio Galluzzi – Wojtyla: Santo Dubito!
(dall’agenzia “Adista” del 30 aprile 2011)
Il direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, dirama la notizia che l’invocazione della folla “santo subito” il giorno dei funerali di Giovanni Paolo II, è stata accolta.
Era il 14 gennaio 2011. A tempo record tra poche ore, il Soglio Pontificio, scegliendo di occultare la festa dei lavoratori, beatificherà Karol Wojtyla.
Ratzinger non ha mai voluto perdere tempo su questo fronte.
Il 18 maggio 2005, un mese e mezzo dopo la morte di Wojtyla, il card. Camillo Ruini, vicario per la diocesi di Roma, ufficializza l’editto e invita i fedeli a “comunicare tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del servo di Dio”. Il 28 giugno 2005 viene avviata, sempre a Roma, l’inchiesta diocesana “sulla vita, le virtù, la fama di santità di papa Wojtyla”. Subito dopo, a Cracovia e New York, vengono aperti altri due processi per la raccolta di documenti e testimonianze per la Causa. La raccolta, l’analisi e le verifiche delle prove testimoniali si svolge in meno di due anni e il 13 maggio 2009 si riunisce per la prima volta, presso la Congregazione per le Cause dei Santi, la consulta degli otto periti teologi chiamati ad esaminare tutte le testimonianze e gli atti del processo.
Tempi record da miracolo!
Il processo di beatificazione ascolta 114 persone in tutto: 35 cardinali, 20 tra arcivescovi e vescovi, 11 sacerdoti, 5 religiosi, 3 suore. 36 laici cattolici, 3 non cattolici e un ebreo.
A volerla raccontare con manica larga, Giovanni Paolo II diventa santo a furor di quattro del popolo, gli unici, forse, estranei alla Chiesa. Dall’interno della Santa Sede molte sono state, e sono, le voci critiche sulla beatificazione del papa polacco. Alcuni personaggi chiave del pontificato di Wojtyla colpiscono per i loro interventi e dichiarazioni in merito alla beatificazione, avanzando il sospetto di “verità scomode”, che, come è costume Vaticano, per ragioni di opportunità diplomatiche, vengono tenute nell’ombra e taciute.
Angelo Sodano, per esempio, per più di dieci anni segretario di Stato e vicinissimo a Wojtyla [di fatto il vero ministro degli Esteri del Vaticano] non è mai stato interrogato dai giudici del Tribunale Canonico per la beatificazione; nel giugno 2008, Sodano, in una lettera riservata che poi decide di dare alla stampa, precisa: “non nutro particolari riserve sulla santità del pontefice, ma dubito sull’opportunità di dare la precedenza a tale causa scavalcando quelle già in corso”.
Altri dubbi sui tempi e le modalità di svolgimento del processo arrivano dal cardinale Godfried Danneels, primate del Belgio: “Questo processo sta procedendo troppo in fretta. E’ inaccettabile che si possa diventare beati o santi per acclamazione. Il processo si deve prendere tutto il tempo che serve senza fare eccezioni”.
La beatificazione di Wojtyla ha scavalcato quella di Giovanni XXIII, il papa delle riforme e del Concilio Vaticano II, considerato praticamente nulla dal papa polacco; è corsa davanti alla canonizzazione di Paolo VI e di Padre Pio. L’ex arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, protestava per l’eccessiva esposizione mediatica di Woytjla e per gli inarrestabili viaggi solo quasi all’estero che mortificavano le chiese locali. Il teologo e padre conciliare Giovanni Franzoni che avrebbe dovuto rappresentare i dubbi sollevati contro la beatificazione viene ascoltato dal Tribunale Canonico solo nel 2007, rilascia la sua dichiarazione giurata il 7 marzo dello stesso anno; ma già nel 2005, Franzoni, anima ed è uno dei firmatari di un “appello alla chiarezza” sulla “beatificazione subito” del papa polacco.
Insieme a Franzoni, hanno firmato il manifesto altri tredici esponenti del dissenso cattolico, fra teologi e scrittori. Oltre a Franzoni e all’ex docente salesiano Giulio Girardi, tra i firmatari figurano: Jaume Botey, Casimir Marti e Ramon Maria Nogues (Barcellona), Jose Maria Castillo (San Salvador), Rosa Cursach (Palma de Mallorca), Casiano Floristan (Salamanca), Filippo Gentiloni (collaboratore de «il manifesto») e Jose Ramos Regidor (Roma), Martha Heizer (Innsbruck), Juan Jose Tamayo (Madrid), Adriana Valerio (Napoli).
L’ “Appello alla Chiarezza” consta di sette punti:
1° – La repressione e l’emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi, mediante interventi autoritari della Congregazione per la dottrina della fede.
2° – La tenace opposizione a riconsiderare – alla luce dell’Evangelo, delle scienze e della storia – alcune normative di etica sessuale che, durante un pontificato di oltre 26 anni, hanno manifestato tutta la loro contraddittorietà, limitatezza e insostenibilità.
3° – La dura riconferma della disciplina del celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina, ignorando il diffondersi del concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell’abuso di ecclesiastici su minori.
4° – Il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l’impedimento a che le Autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell’Istituto per le opere di Religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco Ambrosiano.
5° – La riaffermata indisponibilità del pontefice, e della Curia da lui guidata, ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa cattolica romana.
6° – Il rinvio continuo dell’attuazione dei principi di collegialità nel governo della Chiesa romana, pur così solennemente enunciati dal Concilio Vaticano II.
7° – L’isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, e l’improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all’Argentina, dal Guatemala al Cile – che in America latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le «strutture di peccato» dei regimi politici dominanti e dei poteri economici loro alleati.
«Il pontificato di Giovanni Paolo II – sottolinea il teologo Franzoni – è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina della fede), che hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica». I religiosi non «in linea» sono stati richiamati all’ordine o allontanati.
I provvedimenti punitivi non hanno dato agli imputati il modo di difendersi adeguatamente.
«Wojtyla non volle mai ricevere pubblicamente in udienza i “dissenzienti”» aggiunge Franzoni. «Quale che sia stato l’intimo convincimento della persona Wojtyla, è un fatto che le scelte del papa hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava come nemici ”quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue.»
“Il caso di Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador, è sicuramente la punta dell’iceberg di una politica vaticana molto dura nei confronti di teologi e religiosi fortemente impegnati in cause sociali, specie in Sudamerica. Romero, che beato non lo è ancora diventato a causa del pollice verso di parecchi cardinali, continua a essere inviso alle alte gerarchie vaticane pure da morto”. E’ sufficiente ricordare il caso del vescovo brasiliano Pedro Casaldaliga, redarguito dalla Santa sede nel 1983 per il solo fatto di avere esposto il ritratto del vescovo di San Salvador all’ingresso della sua chiesa a Sao Felix do Araguaia, in Brasile. La causa a carico di Casaldaliga fu intentata dalla Congregazione per la dottrina della fede, al vertice della quale sedeva all’epoca l’attuale successore di Wojtyla, cardinale Joseph Ratzinger.
Tutto si tiene, in una forte continuità
In oltre venticinque anni di pontificato Giovanni Paolo II ha mostrato ostilità nei confronti di numerosi religiosi, preti, vescovi che, ispirandosi principalmente alla «Teologia della liberazione», vedevano nella fede cristiana una via d’uscita dall’oppressione. Una teologia rispetto alla quale all’inizio lo stesso Romero riteneva di non essere in sintonia, e della quale poi finì per incarnarne in modo esemplare lo spirito. Nessun vescovo dell’America Latina apertamente schierato con la Teologia della liberazione è stato eletto cardinale da Wojtyla. Non solo: il papa ha portato nella curia romana prelati latinoamericani accaniti avversari della Teologia della liberazione e, spesso, pure non troppo coperti amici di dittatori.
Eppure di politica Giovanni Paolo II ne ha fatta. Ha contribuito a finanziare un sindacato polacco, Solidarnosc, nato nel settembre 1980 in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica e diretto da Lech Walesa. Solidarnosc si imporrà negli anni come il movimento di matrice cattolica e anticomunista fortemente avverso al governo centrale polacco. La battaglia contro il regime comunista era perfettamente in sintonia con la tenace campagna di Wojtyla in difesa del cristianesimo. Una battaglia per la quale ogni mezzo è lecito, anche il più spregiudicato.
La vicenda Solidarnosc apre un’altra zona d’ombra del pontificato.
Chi finanziava il movimento?
Tra i principali sponsor c’era lo Ior, la banca vaticana diretta all’epoca da un vescovo americano spregiudicato: Paul Casimir Marcinkus. Incrociare Marcinkus è come avviare un film che racconta un pezzo importante di storia criminale d’Italia. Con tutti i suoi protagonisti. Sindona, Calvi, Licio Gelli e la P2, Umberto Ortolani, la mafia e Pippo Calò, Flavio Carboni, cardinali senza scrupoli, esponenti di spicco dell’Opus Dei e lotte di potere interne al Vaticano.
Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un’ombra nera. I giudici italiani che si occupavano del processo per il crac del Banco ambrosiano di Roberto Calvi, trovato morto a Londra sotto il ponte dei Frati neri il 18 giugno 1982, erano giunti alla conclusione che monsignor Marcinkus, come presidente dello Ior, aveva gravissime responsabilità nella vicenda. Per questa ragione dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere interrogato. La richiesta ufficiale fu inviata alla Città del Vaticano. Marcinkus, presentandosi davanti ai giudici, poteva dimostrare limpidamente la sua innocenza e l’infondatezza delle accuse addebitategli. Ma la linea difensiva della Santa sede fu un’altra. Non si interessò di accertare se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma respinse, semplicemente perché contrarie ai Patti Lateranensi, le richieste della magistratura italiana, poiché queste avrebbero interferito in un ambito, e all’interno di uno Stato, in cui l’Italia non poteva entrare.
Il Vaticano si fa scudo della sua extraterritorialità.
La domanda che resta non è tanto quella relativa alle responsabilità giudiziarie. Piuttosto è un’altra: Giovanni Paolo II favorì l’accertamento della verità sul caso Ior?
Secondo Franzoni, «la risposta è negativa».
Per comprendere appieno le responsabilità del Vaticano nella vicenda del Banco ambrosiano è utile ricordare una lettera drammatica scritta dal banchiere Roberto Calvi il 5 giugno 1982 e indirizzata proprio a Giovanni Paolo II. La lettera viene resa pubblica dal figlio di Calvi che da anni si batte per far emergere la verità. Queste le parole che scriveva Roberto Calvi a meno di due settimane dalla sua morte: «Santità, sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior; sono stato io che su preciso incarico di suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest; sono stato io che di concerto con autorità vaticane, ho coordinato in tutto il Centro e Sudamerica la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste, e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità a cui ho rivolto sempre il massimo rispetto e obbedienza».
Già nel giorno dell’annuncio della beatificazione, molti sono stati coloro che hanno criticato la scelta denunciando le responsabilità di Wojtyla nel coprire religiosi colpevoli di abusi. «E’ una delusione per noi, in quanto vittime di sevizie da parte dei preti, sapere che non sono state analizzate tutte le prove che testimoniano come Karol Wojtyla era al corrente di questi crimini» denuncia Joaquin Aguilar Mendez, portavoce della «Rete dei sopravvissuti alle sevizie sessuali» inflitte da alcuni preti. Alla base della protesta c’è la convinzione che Giovanni Paolo II fosse al corrente delle sevizie, ma abbia chiuso gli occhi per non sporcare l’onore della Chiesa romana. Secondo Mendez, che da bambino è stato vittima di un prete pedofilo, la beatificazione di Wojtyla indica che la Chiesa cattolica «vuole lavarsi le mani al più presto dello scandalo della pedofilia».
«Non è possibile che Wojtyla non sia stato al corrente del caso di padre Marcial Maciel, uomo di primo piano durante il suo pontificato» ha aggiunto Mendez. Maciel, il fondatore dell’ordine dei Legionari di Cristo morto nel 2008, all’età di ottantasette anni, ha avuto una figlia da una relazione clandestina ed è stato accusato di aver compiuto sevizie sessuali su otto ex seminaristi. Nel 2006 è stato sottoposto dal Vaticano a restrizioni al suo ministero religioso. Ma non risultano mai arrivate denunce alla magistratura, dunque la Chiesa ha ritenuto l’abuso sessuale su minori un fatto interno e non un reato da denunciare pubblicamente.
E’ pur vero che carte importanti che testimoniano il lungo duello tra Karol Wojtyla e i servizi segreti polacchi sono oggi a conoscenza degli storici. Preti infiltrati, cimici e pedinamenti per indebolire un uomo di fede che risultava scomodo al regime già prima di diventare papa. Woytjla è perseguitato almeno fino al 1978, questa parte della sua vita è fondamentale per capire le ragioni che portarono nei primi anni Ottanta Giovanni Paolo II a finanziare Solidarnosc con soldi dello Ior, probabilmente frutto anche di riciclaggio di denaro sporco, soldi della mafia.
Un fiume di soldi, spesso di provenienza misteriosa, attraversano paradisi fiscali e finiscono quasi per magia a finanziare gruppi come Solidarnosc e altri movimenti di resistenza al comunismo, e questo nulla ha a che spartire con la fede e le beatitudini.
il pontificato di Giovanni Paolo II ha ostacolato il cristianesimo del dissenso, i teologi della liberazione, la fede vista anche come impegno civile. Decine di attacchi contro singoli religiosi e contro movimenti cristiani duramente osteggiati e repressi in nome di un conservatorismo che invece ha portato al conferimento della prelatura personale all’Opus Dei di Josemaria Escriva de Balaguer. Riconoscimento che è arrivato proprio grazie a Giovanni Paolo II.
Wojtyla beato: la Chiesa si augtocelebra. Intervista allo storico Menozzi
(“Adista”, N. 37, 11 MAGGIO 2011)
«Santo subito!»: è stata esaudita, lo scorso primo maggio, Festa dei lavoratori, con la beatificazione di Giovanni Paolo II, la richiesta gridata dai neocatecumenali e dai giovani focolarini e del Rinnovamento nello Spirito ai funerali di Wojtyla, l’8 aprile del 2005.
Beatificazione a tempo di record, a sei anni dalla morte (per il papa del Concilio, Giovanni XXIII, ce ne vollero 37), fortemente voluta da Ratzinger, che in tal modo si è potuto “appropriare” della popolarità del suo predecessore. E immagine eloquente, quella di Benedetto XVI che beatifica Giovanni Paolo II (l’uomo per il quale ha prestato la sua opera per anni), di un papato che santifica se stesso per rafforzare il potere dell’istituzione ecclesiastica e riaffermare la centralità di Roma e della curia in una Chiesa sempre meno «popolo di Dio», secondo l’espressione del Concilio Vaticano II, e sempre più verticistica e gerarchica.
Pur essendo trascorso poco tempo dalla fine del suo pontificato, è possibile tentare di storicizzare la figura di Giovanni Paolo II e dei suoi 27 anni alla guida della Chiesa cattolica. Ne parliamo con Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, esperto del papato in età moderna ed autore del volume edito dalla Morcelliana Giovanni Paolo II una transizione incompiuta? Per una storicizzazione del pontificato (v. Adista n. 31/06). (luca kocci)
Come si colloca il pontificato di Giovanni Paolo II nella storia della Chiesa del Novecento?
La Chiesa novecentesca è segnata dal confronto con la modernità: dalla condanna di inizio secolo si è passati al tentativo, con Giovanni XXIII e con il Vaticano II, di integrarne alcuni principi. Wojtyla si è dovuto confrontare con i limiti fino a cui poteva spingere questa integrazione, poiché la richiesta di autodeterminazione dell’uomo contemporaneo andava ben oltre le previsioni dell’aggiornamento conciliare. La sua scelta è stata precisa: la capacità apostolica della Chiesa non si gioca nello sforzo di accompagnare gli uomini verso il compimento storico della modernità, bensì nell’impossessarsi di tutti gli strumenti che essa mette a disposizione, per riaffermare l’autorità della gerarchia ecclesiastica sugli istituti fondamentali del consorzio civile.
Quali sono gli elementi fondamentali del suo pontificato?
Mi pare che sia rimasto costante l’orientamento, in un’acuta percezione delle strutture profonde della società dello spettacolo e dell’immagine, ad assicurare una presenza di primo piano della Chiesa e del papa stesso sui mezzi di comunicazione di massa, che ha consentito l’indubbio rilancio del ruolo pubblico dell’istituzione ecclesiastica. Ma delle svolte, anche significative, ci sono state, come il mutamento dell’atteggiamento verso gli ordinamenti liberal-democratici dopo il 1989.
In che senso?
All’inizio Giovanni Paolo II si inserisce nella linea assunta dal Vaticano II che, rispetto al tradizionale principio cattolico di indifferenza verso i regimi politici, sostituisce il principio di preferenza verso gli ordinamenti democratici, considerati come la condizione in cui meglio si realizzano, nelle presenti circostanze storiche, le esigenze etiche della Chiesa in ordine alla persona e alla società. Ma dopo il crollo dei regimi comunisti e la mancata costruzione in Europa di un assetto democratico che recepisca le prescrizioni della Chiesa sui diritti fondamentali delle persone, in particolare in relazione al diritto alla vita dal concepimento alla morte, il suo giudizio si fa più cupo. Un regime che fissa le regole della convivenza solo in base alle scelte della maggioranza, senza tener conto di quella verità oggettiva che la Chiesa proclama di possedere in via esclusiva, viene persino equiparato ai totalitarismi.
Qual è stato l’atteggiamento di Giovanni Paolo II nei confronti del Concilio Vaticano II?
Wojtyla si è sempre presentato come un fedele esecutore delle deliberazioni del Concilio. In realtà i documenti conciliari, frutto di lunghe mediazioni, contengono molteplici possibilità di lettura e lui ne ha dato un’interpretazione restrittiva: il Vaticano II non ha rappresentato, come molti volevano, un nuovo inizio nel cammino di una Chiesa bisognosa di radicali riforme, ma si è posto nel solco di una tradizione volta ad adeguare i mezzi delle Chiesa alle condizioni storiche per renderne più efficace la capacità di espansione.
Per le sue posizioni nei confronti delle guerre Giovanni Paolo II è stato considerato da tutti un papa pacifista…
Il papa non ha mai abbandonato la teologia della “guerra giusta”, anzi ne ha ribadito il valore in testi ufficiali come il Catechismo della Chiesa cattolica. Ne ha però irrigidito le condizioni, in base alla valutazione che nel mondo contemporaneo il ricorso alla violenza bellica rende assai problematico quel ripristino di un giusto ordine della convivenza umana cui, nell’etica cristiana, deve mirare. E ha proclamato che la religione non può mai legittimare una guerra, cancellando così ogni giustificazione alla guerra santa. Questi spostamenti hanno indotto a ritenerlo un papa pacifista, ma non è stato tale.
Perché il Vaticano si è affrettato a beatificarlo?
In una struttura monarchica come la Chiesa cattolica, il vertice decide la sospensione delle norme vigenti sulla base di valutazioni di opportunità politica. Nella fattispecie si tratta di assecondare la spinte dei settori ecclesiali che volevano la canonizzazione di Giovanni Paolo II al momento dei funerali, con l’intento di mostrare una piena sintonia tra gerarchia e “popolo” dei fedeli. Ma si vuole anche, in una prospettiva autocelebrativa, sottolineare il ruolo da lui giocato nel restituire alla Chiesa una nuova centralità sulla scena pubblica. Né manca, mi pare, la volontà di riproporre l’idea medievale per cui è lo svolgimento stesso della funzione papale a rendere santo chi l’adempie. (l. k.)




