Minareti

Posted on gennaio 24th, 2010 in | No Comments »

Contro il perfido Maometto…
«Si risolve in offesa del nome divino e in disonore per la fede cristiana il fatto che in alcune parti del mondo soggette a principi cristiani, dove talora separati, talora frammischiati con i cristiani, abitano i saraceni, i loro sacerdoti… nei loro templi o moschee, dove gli stessi saraceni si radunano per adorarvi il perfido Maometto, invochino ed esaltino ad alta voce da un luogo elevato, in modo che sentano e cristiani e saraceni, il nome dello stesso Maometto, recitando pubblicamente alcune parole in suo onore… Perché non siano ulteriormente tollerati comportamenti simili in offesa della divina maestà, con il consenso del santo concilio, proibiamo… tali fatti in terre cristiane. Ingiungiamo… sotto la minaccia del divino castigo, a tutti e singoli i principi cattolici, nei cui possedimenti i saraceni abitano…di eliminare dalle loro terre tutto ciò… e di curare che anche i loro sudditi facciano altrettanto».
Concilio ecumenico di Vienne (1311-12)

Contro la nazione “deicida”…
«Il santo concilio, seguendo le orme del nostro salvatore Gesù Cristo, cerca con profonda carità che tutti pervengano alla conoscenza della verità evangelica… A questo scopo stabilisce in primo luogo che tutti i vescovi… diano incarico a persone bene istruite nella sacra scrittura di predicare nelle località abitate dai giudei o da altri infedeli… Gli infedeli di entrambi i sessi e in età di capire siano obbligati a ascoltare questa predicazione con la minaccia di proibire loro il commercio con i fedeli o con altre pene opportune… Sotto la minaccia di pene gravi [gli ebrei] siano costretti a portare un abito che li distingua a prima vista dai cristiani… siano obbligati a abitare in luoghi separati e quanto più lontano possibile dalle chiese…»
Sessione XIX del concilio ecumenico di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma (1431-35)

Contro la libertà di culto in genere
«Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato»
Gregorio XVI, enciclica “Mirari vos” (1832)

«In questo tempo si trovano non pochi i quali… non dubitano di affermare “essere ottima la condizione della società nella quale non si riconosce nell’Impero il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica”… non temono di caldeggiare l’opinione… dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio, cioè “la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo” …»
Pio IX, enciclica “Quanta cura” (1864)

«In primo luogo notiamo nelle singole persone un atteggiamento che è profondamente contrario alla virtù religiosa, ossia la cosiddetta libertà di culto. Questa libertà si fonda sul principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna… La stessa libertà, se considerata nell’ambito della società, pretende che lo Stato non faccia propria alcuna forma di culto divino e non voglia professarlo pubblicamente; pretende che nessun culto sia anteposto ad un altro, ma che tutti abbiano gli stessi diritti, senza tener conto della volontà popolare, se il popolo si dichiara cattolico…
[è invece] necessario che la società civile, proprio in quanto società, riconosca Dio come padre e creatore suo proprio, e che tema e veneri il suo potere e la sua sovranità. Pertanto, la giustizia e la ragione vietano che lo Stato sia ateo o che – cadendo di nuovo nell’ateismo – conceda la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti ad ognuna indistintamente.
Dunque, dal momento che è necessaria la professione di un sola religione nello Stato, è necessario praticare quella che è unicamente vera e che non è difficile riconoscere, soprattutto nei Paesi cattolici, per le note di verità che in essa appaiono suggellate…»
Leone XIII, enciclica “Libertas” (1888)

«La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto – che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo – di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste»
Pio XI, enciclica “Quas primas” (1925)

«Culti “tollerati, permessi, ammessi”: non saremo noi a fare questione di parole… purché sia e rimanga chiaramente e lealmente inteso che la religione cattolica è, e sol essa, secondo lo Statuto e i Trattati, la religione dello Stato, con le logiche e giuridiche conseguenze… segnatamente in ordine alla propaganda… Anche meno ammissibile ci sembra che si sia inteso assicurare assoluta libertà di coscienza… Se si vuol dire che la coscienza sfugge ai poteri dello Stato… che, in fatto di coscienza, competente è la Chiesa ed essa sola… viene con ciò stesso riconosciuto che in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione, devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica…»
Pio XI, lettera al segretario di stato (30 maggio 1929)

Contrordine fratelli
Dopo l’esito dell’aberrante referendum svizzero contro i minareti, il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, mons. Antonio Maria Vegliò, ha fatto sapere di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che ieri hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione».
Questa “svolta” della Chiesa a favore della libertà religiosa risale al Vaticano II, ossia ad appena cinquant’anni fa, dopo una storia bimillenaria che sosteneva il contrario. Ci si sarebbe quindi atteso che la Chiesa avesse onestamente ammesso di aver sbagliato per secoli professando false dottrine, che sono corresponsabili degli stereotipi antisemiti o antislamici e dell’intolleranza religiosa oggi diffusi nell’Occidente.
Al contrario Benedetto XVI, nel Discorso alla curia per gli auguri natalizi del dicembre 2008, ha avuto l’impudenza di ascrivere la libertà di coscienza al “più profondo patrimonio della Chiesa”: «Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi… I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede… e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza… Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità ».
Così, declassate a decisioni “storiche” quelle che sono stati solenni e reiterati enunciati dottrinali di papi e concili ecumenici – dal IV al XX secolo! – si afferma che la “discontinuità” col passato di intolleranza e di repressione, ossia il vistoso dietrofront odierno, è solo “apparente”.

Minareti e crocifissi
Nel che, ossia nel ritenere che l’odierna conversione della Chiesa alla “libertà di culto” sia solo apparentemente “discontinua” col passato, un qualche fondo di verità c’è, anche se in senso esattamente contrario a quel che intende Benedetto.
La discontinuità è almeno in parte apparente perché pur affermando la libertà per tutti i culti, la Chiesa di Roma continua a voler essere “più uguale degli altri”. Così il voto contro i minareti offre occasione alla Chiesa per equipararsi vittimisticamente ai musulmani: loro per via dei minareti, i cattolici per via dei crocifissi.
“Il segretario generale mons. Felix Gmur, ha espresso ieri, a caldo, in una intervista alla Radio Vaticana, il disappunto dei vescovi elvetici per il no alla costruzione di nuovi minareti, che ha associato alla sentenza della Corte europea sui Crocifissi in Italia: «Entrambe le posizioni si basano sulla convinzione, errata, – ha spiegato – che la religione debba essere solo ’un fatto privato’, e per un cristiano questo non è possibile” (“La stampa”, 30 novembre 2009).
Accostamento del tutto ridicolo in quanto un territorio – dove possono liberamente coesistere e in molti paesi del mondo coesistono sedi politiche, associazioni culturali, chiese, sinagoghe, balere, moschee – è altra cosa da un muro su cui si pretende che ci stia un simbolo solo, quello di una data religione. Cosa che appunto contraddice a quel pluralismo e a quella libertà di culto che viceversa la compresenza di campanili, pagode e minareti testimonia.
Il che mostra che la libertà di culto si offusca rapidamente nella testa di un cattolico diventando voglia di preminenza del suo culto e dei suoi simboli, usati per “marcare il territorio”.

La democrazia dei pogrom
E’ la stessa confusione (mi si consenta questa postilla fuori tema) che fanno a proposito della “democrazia” alcuni improbabili figuri come i razzisti padani o il picchiatore sanbabilino vicesindaco di Milano, quando – ringalluzziti dall’esito del referendum svizzero – invocano il libero pronunciarsi del “popolo” su moschee, minareti e crocifissi.
Nessuno ha spiegato a costoro che non si possono mettere ai voti i diritti civili e i diritti umani, come appunto la libertà di culto; che non si può effettuare un pogrom (come quello di Ponticelli, appoggiato da Bossi) anche se lo chiede il popolo; né introdurre – solo perché lo vuole la maggioranza – il cannibalismo.

1 dicembre 2009

Un cattolicesimo “altro” è possibile?

Posted on gennaio 24th, 2010 in | No Comments »

La recensione così argomentata e dialogante di Gabriella Lavina Far parlare i testi (vedi in questo stesso blog) mi stimola a cercare di discutere i suoi rilievi critici riflettendo soprattutto sul rapporto, poco considerato nel mio libro, fra cristianesimo e cattolicesimo.

Cattolicesimo “reale” e cattolicesimo tout court
L’obiezione di fondo che mi viene mossa (non solo dall’autrice ma, in modo più o meno esplicito, anche da altre precedenti recensioni di cattolici critici, e in vari dibattiti) è di ridurre il cattolicesimo al “cattolicesimo reale”, ossia a quello della Chiesa gerarchica, negando la realtà di altre forme, che meno presterebbero il fianco alle mie critiche. Pur comprendendo, scrive Lavina, «il desiderio di ‘levare terreno sotto i piedi’ al ‘cattolicesimo della dottrina’, mi domando perché si ritenga di negare realtà e fondamento al cattolicesimo di Enrico Peyretti, Ernesto Balducci, Don Mazzi, Alex Zanotelli, da Peruzzi stesso citati, e di tanti altri, inclusi quelli che sono stati schiacciati dalla violenza, dall’intolleranza, dalla voluttà di potere, dal panico del clero magisteriale nei secoli. Perché non accettarne una diversa logica, una diversa pratica, e una diversa lettura dottrinale?».
Di conseguenza l’autrice ritiene che il mio lavoro «sia molto efficace nel sottrarre terreno al ‘cattolicesimo reale’… Meno, nel sottrarre terreno al cattolicesimo tout court», entro il quale fa rientrare appunto le altre forme da me non considerate.

Cristianesimo e cattolicesimo
Vorrei cominciare cercando di definire il “cattolicesimo”, ossia cosa lo distingue dal cristianesimo primitivo anzi dai molti altri cristianesimi possibili. A me pare che il suo connotato essenziale sia di essere una religione ”garantita” da autorità infallibili (papa, concilio), che si dicono investite da Dio del compito di custodire il “deposito della fede”; indicarne l’interpretazione autentica; dire ai fedeli cosa devono credere e cosa devono fare; guidare, in alleanza con il potere temporale o al suo posto, tutti cittadini, credenti o non credenti, e quindi tutta la società.
Questa religione e questa chiesa “del potere”, come la chiama Mazzi, si delinea compiutamente nel IV secolo, a partire dal Concilio di Nicea del 325, in cui si stabilisce il Credo e si condanna Ario; e diventa nel 380 religione di stato. Nel 392, con Damaso, precisa anche formalmente il proprio corpo dottrinale, sussumendo in esso – sempre in forza dell’autorità della Chiesa gerarchica – i testi della precedente tradizione ebraico-cristiana detti “canonici” ed espungendone quelli “apocrifi”. Da allora, pur fra contraddizioni profonde e mutando nelle forme, è poco cambiata nella sostanza, come nel mio libro ho cercato di mostrare.
Si tratta di un corpo dottrinale autonomo, che è altra cosa rispetto alla predicazione di Gesù, figura storicamente molto labile, secondo alcuni neppure esistita, che non ha lasciato nessuno scritto e non ha fondato il cristianesimo, probabile costruzione soprattutto di Paolo, né la Chiesa (a meno di volerla far discendere, completa di gerarchia e di dogmi, da un versetto di Matteo, interpolato o criptico). Ma il cattolicesimo è altra cosa anche rispetto al cristianesimo dei primi secoli, al quale non per caso si sono sempre richiamati i vari movimenti riformatori in polemica col papato.
Certo, come giustamente fa notare Gabriella Lavina, io “isolo” la dottrina della Chiesa di Roma da questo più ampio contesto, tagliando «fuori del campo di osservazione, tutti i legami con le radici cristiane del cattolicesimo, sia nella persona che nell’esperienza storica di Gesù, sia negli scritti evangelici, sia nelle testimonianze nel tempo di tanti uomini e donne da entrambi ispirati». Non considero il processo storico che andando da Gesù a Nicea mette capo per un verso a una nuova religione, ma porta dall’altro al conservarsi nel cattolicesimo di costanti richiami a Gesù e alle “radici cristiane”. Si tratta di richiami, usati sì strumentalmente dalla gerarchia per legittimarsi, ma vissuti come essenziali da molti fedeli e potenzialmente eversivi. Ed è vero che senza l’attenzione a tale intreccio (il che non era fra gli scopi del mio lavoro), è impossibile comprendere, nota Gabriella Lavina, i ricorrenti movimenti riformatori, quello che Mazzi chiama il “cristianesimo ribelle”. Dirò di più: diventa difficile capire come anche ambienti cattolici ligi e perfino alcuni vescovi siano più permeabili (non sempre solo per calcoli di “conquista”) a valori democratici, all’accoglienza, alla giustizia sociale, alla pace. Che sono viceversa combattuti dal cattolicesimo senza Cristo e senza Dio, come qualcuno l’ha definito, degli atei devoti, dei frequentatori di escort o dei nazileghisti.

La riforma impossibile
Ma nonostante questo forte intreccio secondo me resta vero – ed è questo il punto essenziale – che Gesù, il cristianesimo e il cattolicesimo non costituiscono fra loro un continuum, non sono tre fasi diverse di una stessa dottrina religiosa. La Chiesa formatasi nel IV secolo non è “costantiniana” (se con questo termine si intende una fase sia pur negativa ma reversibile e suscettibile di riforma del movimento iniziatosi con Gesù) ma è “cattolica”, ossia un’altra dottrina e confessione religiosa.
Ogni processo di autoriforma di questa Chiesa (quello che alcuni attendevano dal Vaticano II), ogni recupero delle radici cristiane e ogni cattolicesimo “altro” è impossibile perché implica che al primato dell’autorità si sostituisca quello della coscienza, ossia la rottura con la forma gerarchica, autoritaria e papale che costituisce l’elemento distintivo, il dna del cattolicesimo. Il suo peccato originale, da cui nessun Figlio di Dio potrà redimerlo…
Naturalmente ci sono sempre stati e ci sono anche oggi singoli fedeli, anche molti, o piccoli gruppi che vivono il cattolicesimo “a modo loro”, la pensano differentemente dal papa o non gli obbediscono e praticano di fatto un qualche cristianesimo non-cattolico, pur senza uscire dalla Chiesa o per mancanza di coraggio, o per attaccamento alla tradizione o perché pensano che solo così possono parlare agli altri cattolici, o perché l’illusione di riformare la Chiesa li induce a praticare una sorta di entrismo.
Ma tali comportamenti, come anche la storia dimostra, non possono assumere rilevanza di movimenti capaci anche solo di influire sul cattolicesimo “reale”, meno che mai di mutarlo. O restano o rientrano, pur con delle pratiche più “evangeliche” e certe aperture al “moderno”, nell’ambito dell’ortodossia e dell’obbedienza, venendo autorizzati dal papa (francescani); o diventano “altri”, indipendenti da Roma nella dottrina e nella disciplina e allora, appena cominciano a contare, saranno condannati ed espulsi come eretici, se non eliminati fisicamente (albigesi).

Cattolici “progressisti” e cattolici “altri”
Ancora oggi la più parte dei cattolici considerati “progressisti”, e che magari politicamente lo sono, e con i quali è possibile stabilire in dati casi delle alleanze, si identificano con le posizioni della Chiesa ufficiale in materia di diritti civili o di morale sessuale, e soprattutto di ruolo-guida della Chiesa nella società. Sono del tutto interni al “cattolicesimo reale” finendo per fargli da copertura di sinistra benché pongano di più l’accento sull’accoglienza o l’impegno sociale, scontrandosi con la Lega o criticando Berlusconi. Si pensi ai complici silenzi o alla complicità col papa – in tema di “guerra al preservativo”, testamento biologico, omofobia, coppie di fatto, autodeterminazione della donna e pretesa di dettare la morale pubblica o di appendere qua e là crocifissi – da parte di preti e movimenti cattolici pacifisti, per non dire di “Famiglia cristiana” o di “Nigrizia”.
Attualmente mi pare che solo le comunità di base (che solitamente si dicono cristiane piuttosto che cattoliche) o minoranze ad esse assai contigue siano veramente “altre” benché la speranza illusoria di un’autoriforma li portino a restare in una Chiesa che sarà lei stessa a espungerli , come ha fatto con la teologia della liberazione, appena dovessero darle un qualche serio fastidio.
In conclusione penso che si debba negare fondamento e realtà a un cattolicesimo “altro” perché o non è “altro” o non è cattolicesimo (ma semmai una qualche forma di cristianesimo).
Discorso diverso, che qui accenno soltanto riservandomi di riprenderlo in seguito, è quello su alcuni cattolicesimi “altri” ma in senso opposto alle comunità cristiane di base, come il cattolicesimo che il teologo Vito Mancuso si sforza di rendere accettabile a palati laici; o quello politicamente rilevante della Lega, ripropostosi in questi giorni con gli insulti a Tettamanzi: un cattolicesimo caratterizzato non dal recupero ma dalla rottura totale con le radici cristiane, in vista di diventare una religione identitaria versione Lepanto, neopagana e razzista, da far figurare fra le tradizioni padane, insieme alla polenta taragna e al gorgonzola.
Mi si permetta infine un’ultima precisazione, ad evitare un equivoco che qualche volta si è manifestato nel corso delle discussioni sul mio libro: sottolineare che il cattolicesimo è altra cosa (che va quindi preso in esame e contrastato nella sua specificità), rispetto a Gesù o al cristianesimo, non significa che io mi riconosca in questi ultimi (wp).

11 dicembre 2009

Un Pio XII in più o tre papi in meno?

Posted on gennaio 24th, 2010 in | 1 Comment »

La visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, il 17 gennaio scorso, e la sua solenne promessa “mai più antisemitismo”, non hanno posto fine a malumori o diffidenze della comunità ebraica, e a persistenti dubbi sull’opportunità di elevare Pio XII all’onore degli altari. Ma, a conti fatti, badando cioè ai comportamenti dei papi verso gli ebrei, l’autocritica della Chiesa non dovrebbe essere ben più sostanziale, e includere la rimozione da quegli stessi altari almeno di Leone I, Pio V e Pio IX?

Maledetti da entrambi i Testamenti
Risale al V secolo la prima manifestazione di antisemitismo da parte non di un cristiano più o meno autorevole ma del vicario di Cristo in terra. Essa si deve a Leone I Magno, il papa che secondo la leggenda avrebbe salvato Roma da Attila, che nei suoi Sermoni, ricorda così la crocifissione di Gesù: “Quella mattina il sole, per voi ebrei, non è sorto ma tramontato. Ai vostri occhi non si mostrò la luce normale, ma un abbaglio terribile fece calare le tenebre nel vostro cuore empio. Quella mattina distrusse il vostro tempio e i vostri altari, vi privò della legge e dei profeti, abolì la vostra stirpe reale e sacerdotale e trasformò le vostre feste in un eterno lutto; perché il vostro piano era fatale e crudele: sacrificare alla morte ‘il creatore della vita’ e ‘il Re dei re’”…

Oremus et pro perfidis judeis
Per Pio V la de-santificazione l’abbiamo suggerita altra volta, anche recentemente (v. Scherza coi santi), in ragione della sua attività complessiva di grande inquisitore e poi di papa, sterminatore di eretici, gay, giornalisti, turchi. Ma anche la sua condotta verso gli ebrei merita speciale attenzione poiché se Pio XII tacque di fronte ai crimini altrui, Pio V ne commise direttamente, in proprio.
Nel 1569, tre anni dopo essere stato eletto papa, emanò la bolla Hebraeorum, con la quale ordinò l’espulsione degli ebrei da tutte le terre dello Stato Pontificio, eccettuate Ancona e Roma, nonché la distruzione di tutto ciò che ricordasse l’esistenza di una loro comunità, compresi i cimiteri. Gli ebrei di Bologna si trasferirono in territorio estense, portando con sé i loro morti. Le comunità ebraiche di Ravenna, Fano, Camerino, Orvieto, Spoleto, Viterbo, Terracina, sparirono per sempre Gli ebrei che vivevano intorno a Roma dovettero riparare nel ghetto della città, già sovraffollato.
Nella stessa bolla, Pio V accusava il popolo ebreo di “deicidio” e, in più, di stregoneria: “Il popolo ebreo”, si legge, “il solo un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perché ha con empietà respinto il suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere la forza di tanta malizia, la quale con sortilegi, incantesimi, magia e malefici induce agli inganni di Satana moltissime persone incaute e semplici” (in C. Nitoglia, Le leggi razziali).
Nel 1570, poi, Pio V introdusse nel Messale romano da lui varato una vecchia preghiera medievale modificata solo nel 1959 da Giovanni XXIII, e oggi parzialmente ripristinata da Benedetto XVI fra le proteste delle comunità ebraiche: la Oremus et pro perfidis judeis, che li accusa di cecità e prega per la loro conversione alla “vera” religione.

Un “beato” rapitore di bambini ebrei
L’ostilità verso gli ebrei caratterizzò anche Pio IX, proclamato beato nel 2000 da Giovanni Paolo II, fin dal rapimento di un bambino ebreo che viveva a Bologna, nello Stato pontificio.
Nel 1852, quando aveva un anno, essendo ammalato in modo grave, Edgardo Mortara fu battezzato di nascosto dalla domestica cattolica. Tanto bastò: cinque anni dopo la cosa si riseppe e i poliziotti pontifici irruppero in casa dei Mortara su ordine delle autorità ecclesiastiche, rapirono il bambino e lo portarono a Roma, dove fu rinchiuso in un istituto religioso fino ad età adulta, quando (questa volta di sua volontà) si fece prete. Inutili le proteste dei genitori e perfino di molti sovrani europei: per Pio IX era “scattato” il caso previsto da Benedetto XIV del battesimo legittimo anche se illecito. Nel 1858, nel Colloquio con una delegazione di ebrei romani recatasi da lui per protestare, Pio IX ebbe l’impudenza di dichiarare: “Potevo forse respingere il bambino che voleva farsi Cristiano [parliamo di un bambino di sei anni!, NdR]? Del resto, se i Mortara non avessero avuto una domestica cattolica [cosa vietata dalle leggi papali, NdR], tutto questo non sarebbe successo”.
Né fu il solo caso. Nel 1864 si fece entrare con l’inganno l’undicenne Giuseppe Coen nell’ospizio dei catecumeni di Roma, dove restò fin quando uscì per farsi carmelitano nonostante le clamorose proteste e la disperazione della famiglia: una sorella ne morì, la madre impazzì.
Che ai rapimenti si accompagnasse un convinto antisemitismo è testimoniato dalle dichiarazioni di Pio IX. Fra i Discorsi ai fedeli di Roma del 1867-78, ad esempio, si trova questa invettiva: “verrà giorno, terribile giorno della divina vendetta, che [i giudei] dovranno pur render conto delle iniquità che hanno commesse”; oppure si interpreta l’episodio di Gesù che si fa aiutare a portare la croce da un Cireneo (pagano) anziché dai giudei come prova di “quanto era già stato predetto, cioè che alla depravata nazione ebrea altre nazioni sarebbonsi sostituite per conoscere e seguire Gesù”.

Venti secoli di antisemitismo…
Naturalmente ci siamo limitati a questi tre papi perché si sta parlando di papi santi. Se si volesse allargare il discorso ad altri santi, non papi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si va da Agostino o Giovanni Crisostomo, che ritengono gli ebrei figli del diavolo e la diaspora un castigo per il deicidio, al celebre Ambrogio, vescovo di Milano, celebrato per il suo impegno sociale, che ascriveva a suo merito incendiare sinagoghe; da Tommaso d’Aquino, per cui gli ebrei sono stati giustamente condannati a “eterna schiavitù” e possono essere privati di ogni proprietà per i loro delitti fino a Bernardino da Siena, che ritiene i banchieri e i medici ebrei rispettivamente colpevoli di strangolare economicamente e di avvelenare i cristiani o a Carlo Borromeo, sodale di Pio V, che vietò ogni rapporto fra ebrei e cristiani per tutelare la fede e la morale.
Anche estendendo lo sguardo ai papi non santi, gli antisemiti abbondano: Innocenzo III e il Concilio Laterano IV imposero agli ebrei di portare un segno di riconoscimento; Clemente IV ribadì questa e altre vessazioni, definendoli popolo “deicida” (di “nazione deicida” parlava del resto Gregorio XVI ancora nell’Ottocento e dopo di lui Pio IX, come si è detto); Giovanni XXII fece dare alle fiamme il libro sacro Talmud, perché pieno di “esecrabili bestemmie”; Gregorio XIII assimilò la fede ebraica agli insulti al cristianesimo e alle stregonerie, deferendo la materia all’Inquisizione; Benedetto XIV accreditò l’omicidio rituale di bambini cristiani da parte di ebrei; Pio VI emanò l’Editto sugli ebrei, condensato di tutte le vessazioni, compreso l’obbligo di non uscire la notte dal ghetto. Per non dire dei papi che dal XV al XVII secolo si divertivano a vedere le corse dei giudei dove, scrive un cronista cattolico, “correvano otto ebrei nudi…favoriti dalla pioggia, dal vento e dal freddo come gli infedeli meritavano, e dopo quelle bestie con due gambe, correvano altre con quattro”.

… e non solo dei “figli” e delle “figlie”
Ma a interessarci sono soprattutto le affermazioni antisemite, sulla “nazione deicida”, di Pio V e Pio IX, di Leone I e di altri papi o Concili, perché smentiscono l’idea accreditata ancora da Giovanni Paolo II nella sua richiesta di perdono del 2000 che l’antigiudaismo cristiano sia addebitabile solo a “figli” e “figlie” della Chiesa, come ha ripetuto anche Benedetto XVI nella sua visita alla sinagoga romana: “La Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono”. E’ la tesi di Giovanni Paolo II nel documento Noi ricordiamo del 1998 (corsivi nostri): “Nel mondo cristiano – non dico da parte della Chiesa in quanto tale – interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo”.
Viceversa “interpretazioni erronee e ingiuste”, rispetto a quella sostenuta oggi, furono date proprio “da parte della Chiesa in quanto tale” e fu essa quindi a generare ostilità verso gli ebrei. Non solo Tommaso d’Aquino, Agostino e molti altri padri e dottori della Chiesa, ma papi e concili fecero dell’antisemitismo una dottrina insegnata ai fedeli. E’ di questo errore dottrinale, commesso per secoli e secoli dalla Chiesa in barba all’infallibilità, che Benedetto XVI dovrebbe oggi chiedere scusa, de-santificando i papi antisemiti – anziché limitarsi a versare lacrime per delle colpe che scarica al tempo stesso, ipocritamente, sulle spalle dei “figli” e delle “figlie” (w.p.).
18 gennaio 2010

Un Pio XII in più o tre papi in meno?

Posted on gennaio 24th, 2010 in Cattolicesimo | No Comments »

La visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, il 17 gennaio scorso, e la sua solenne promessa “mai più antisemitismo”, non hanno posto fine a malumori o diffidenze della comunità ebraica, e a persistenti dubbi sull’opportunità di elevare Pio XII all’onore degli altari. Ma, a conti fatti, badando cioè ai comportamenti dei papi verso gli ebrei, l’autocritica della Chiesa non dovrebbe essere ben più sostanziale, e includere la rimozione da quegli stessi altari almeno di Leone I, Pio V e Pio IX?

continua

Opportunismo e qualunquismo cattolico

Posted on gennaio 15th, 2010 in | No Comments »

di Enrico Guarneri (Cassandra”) recensione apparsa sul n. 27, del 2009 del trimestrale “Cassandra”


Mentre tutti gli orientamenti politici e ideologici si sono, quale più quale meno, rassegnati alle indecenze del berlusconismo sembra che solo la Chiesa cattolica mostri qualche accenno di resistenza. Per un “laico” questa constatazione è tutt’altro che confortante. La Chiesa, infatti, ha raccolto e sistematizzato tutte le istanze culturali negative che si sono presentate nel corso della sua lunghissima storia; né la sua immensa opera di mecenatismo artistico (legato alla logica del potere) può far perdonare la costante opposizione terroristica al progresso scientifico ed alla libertà di pensiero di cui abbiamo sotto gli occhi i più recenti episodi. Di recente sulla stampa (Famiglia Cristiana, Avvenire, la Repubblica) chierici e laici registrano con disagio (più ipocritamente “con dolore”) la cautela della Chiesa nei confronti del comportamento privato/pubblico del presidente del Consiglio. Su la Repubblica del 29 luglio Adriano Prosperi auspicava un intervento dell’episcopato, riconoscendone addirittura la titolarità al punto da chiedersi “cosa ci stiano a fare le autorità ecclesiastiche in questo Paese”; e già Franco Monaco (la Repubblica, 21 luglio) si era domandato “quando mai” la Chiesa abbia legittimato morali doppie o separate, meravigliandosi che settori della gerarchia si mostrino inclini all’appeasement con i potenti di turno. L’incapacità di comprendere la logica opportunistica del Vaticano è conseguenza della deriva qualunquistica verso il cattolicesimo moderato dell’opinione pubblica (anche di sinistra), sempre più infiltrata da quel rivoltante fenomeno di ipocrisia e debolezza mentale che è il “laicismo devoto” con le sue “pensosità” e i suoi “agnosticismi”. Ma è anche indizio di scarsa “memoria” storica: la più grande creazione istituzionale della Chiesa romana risale al 1534 ed è la Compagnia di Gesù che ne ha garantito (talvolta facendone eroicamente le spese, come nel caso della sua temporanea soppressione alla fine del Settecento) il mantenimento delle buone relazioni con i vertici del potere dello Stato moderno fornendo ad essi precettori e confessori. In questa delicatissima funzione i Gesuiti hanno adottato lo stile casuista (oggetto degli strali delle Lettere Provinciali di Pascal), secondo il quale la gravità del peccato è in relazione alla persona ed alle circostanze (evitando così di ripetere l’errore fatto con Enrico VIII, quando il rigore vaticano in una causa di divorzio provocò lo scisma anglicano).

Nonostante le ambiguità opportunistiche, la Chiesa presenta la propria ideologia come sistema di “valori” assoluti (basti pensare alla costante condanna del “relativismo” da parte dell’attuale Pontefice), cioé di istanze “forti” e resistenti alle “novità”. Tutto ciò la pone in qualche modo al riparo dalle rozzezze dell’Era del Cavaliere e le dà un vantaggio tattico non indifferente: quello di avvicinare al cattolicesimo moderato anche aree dell’opposizione al regime. Si tratta di una situazione complessa e contraddittoria, nella quale gli italiani si orientano con difficoltà: nella quasi totalità affiliati per nascita alla confessione cattolica, in realtà ne sanno ben poco e fra i molti compiti di una futura sinistra ci sarà anche quello di riaprire i conti con il clericalismo e con l’ideologia cattolica, riprendendo il discorso gramsciano, bruscamente interrotto dal togliattiano “colloquio con i cattolici”, organico alla svolta di Salerno. A questo scopo mi permetto di segnalare due strumenti, ottimi per quanto di segno opposto: il Catechismo della chiesa cattolica (*) ed il recente Il cattolicesimo reale attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili di Walter Peruzzi (Odradek Edizioni, 2008, pag. 524, euro 32,00) (**).

E’ tipico della strategia ideologica della Chiesa cattolica che, nell’era della democrazia, essa si presenti come portatrice della “religione dell’eguaglianza”. Ma il volume di Peruzzi mostra la falsità storica di questa pretesa: (a) la difesa della schiavitù persiste sino alla svolta di Leone XIII (1888); (b) l’ idea della naturalità della disuguaglianza non è mai venuta meno, attraverso la difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione da cui trae origine; (c) la donna non esce dalla sua subalternità, non fosse che per il fatto di rimanere “lontana dai santi altari”; (d) la democrazia viene accettata non juxta propria principia (la Chiesa stessa ha una struttura verticistica, aristocratica ed autoritaria), ma solo in quanto compatibile con il modello teocratico del potere civile, sino alla forma attuale dell’indebita ingerenza nella vita politica e civile; (e) la guerra è ammessa anche oggi, purché “giusta” (persistenza dello spirito di crociata); (f) tortura e pena di morte sono state formalmente eliminate nello Stato Pontificio solo (se non sbaglio!) nel giugno del 1969; a queste constatazioni si possono aggiungere (g) ledrammatiche vicende della “teologia della liberazione” e (h) il ruolo intransigentemente antiprogressista del Vaticano nella storia dell’Italia unitaria fino al 1929. Sembra che l’unica forma di uguaglianza che la Chiesa riconosce agli uomini sia … il peccato originale.

Lo stesso senso ha la pretesa di presentare il cattolicesimo come “religione della vera gioia”, in un’epoca accusata di rozzo edonismo. Ma uno degli aspetti più evidenti della cultura cristiano-cattolica (al di fuori di aree del tutto eccezionali) è proprio la scomparsa del tema della gioia, come effetto dell’ identificazione del piacere con il peccato, e la conseguente glorificazione della sofferenza fisica e morale come fonte di ricchezza spirituale e del premio ultraterreno. In questo consiste gran parte della “rivoluzione culturale” cristiana, verificatasi nell’età di mezzo (ma che ha radici nel pensiero neoplatonico e teistico del tardo mondo antico) e che si concretizza con due fenomeni di grande portata storica: la demonizzazione del corpo e la cancellazione della libertà di pensiero. La demonizzazione del corpo e della naturalità dell’uomo ha avuto, a sua volta, due conseguenze: la prima è la perdita della capacità di rappresentarlo, la seconda è la condanna del piacere che ad esso si connette. La rappresentazione della fisicità umana, legata ai massimi piaceri, che aveva raggiunto in età classica un livello di assoluta perfezione, scompare in età medievale: ricomparirà, intatta, con il naturalismo dell’Umanesimo e del Rinascimento. Questo è il tema, oggi, forse più sentito, anche per il fatto di coinvolgere una grande quantità di questioni. Intatte rimangono nella morale cristiana, anche ai nostri giorni, la scempiaggine del peccato originale, connesso ad ogni evento procreativo (unica forma di sessualità ammessa dalla morale cattolica), e quindi della castità come stato privilegiato (unica forma di prevenzione ammessa). Le conseguenze in ordine a contraccezione e interruzione di gravidanza sono sotto gli occhi di tutti: omicidi entrambi, e dunque più gravi della pedofilia, pratica a cui indulge certa parte del clero in aggiunta alle tradizioni di concubinato ed omosessualità. Ovvio che tutto ciò costituisca la base del ripudio del piacere in generale. Il secondo effetto della “rivoluzione culturale” del cristianesimo è il soffocamento della libertà di pensiero. Ne è frutto il mezzo millennio di letargo filosofico dell’età di mezzo, sfociato nelle mostruosità della Controriforma. Religione della gioia? Ma quale maggiore gioia per l’uomo di quella dell’ avventura intellettuale, laica, libera e incondizionata, che era stata l’anima della filosofia occidentale, e che l’ortodossia rifiuta in toto, rinchiudendo ogni verità in un depositum fidei custodito e interperetato dal clero e della corporazione dei teologi? Riducendo la verità a Rivelazione, l’interpretazione ad ortodossia e facendo dell’ideologia la pratica del potere dell’istituzione clericale, la Chiesa ha tolto all’uomo la più grande gioia dello spirito, la libertà di pensare, in tutti i campi: dalla scienza alla filosofia. In realtà, se volessimo cercare una formula storicamente adeguata per il cattolicesimo, potremmo parlare di religione dell’opportunismo (e conseguentemente del qualunquismo). Ed è proprio a questa sua “elasticità” che si deve la sopravvivenza dell’istituzione e della relativa ideologia, che sarebbe altrimenti da gran tempo finita fra le espressioni folkloristiche delle superstizioni e delle mitologie popolari. La Chiesa usa attenuare il rigore delle proprie prese di posizione e condanne, affidandosi in genere per quella che definisce “prudenza pastorale” all’iniziativa di singoli preti coraggiosi e moderni, come è avvenuto per i divorziati (dopo la clamorosa sconfitta del referendum antiabortista) e le relazioni sessuali fra coniugi; e da un po’ di tempo, di fronte alla proliferazione delle scoperte scientifiche, sembra preoccupata dallo spettro di Galilei e Darwin: ma riesplode tutta la sua virulenza ideologica nei campi ancora “di frontiera” come nel caso della becera gazzarra scatenata sul caso Englaro.

Il carattere oggettivamente “micidiale” (omicida) della antropologia cattolica ha radici ideologicamente molto salde (***). E’ il carattere teologicamente non “sostanziale” dell’umanità che priva di fondamento “ontologico” il diritto alla vita ed al corpo. L’uomo appare, nel disegno creazionistico, come libera accidentalità dell’unica sostanza divina, creatrice e provvidenziale. Pertanto il diritto alla vita è inteso dalla Chiesa come “sacralità” e non come diritto ad una esistenza degna del nome di vita. Invece noi riteniamo che il diritto al corpo debba essere inteso come facoltà di ogni essere umano di avvalersi di tutte le proprie potenzialità psico-fisiche, nessuna esclusa, e quindi si debbano sradicare tutti i pregiudizi che separano quelle “morali” e “naturali” da quelle immorali e contro-natura. E vorremmo essere liberi dalla schiavitù di un corpo ridotto a strumento di tortura infinita.

Marx rifiuta la filosofia non per l’astrattezza dei suoi pensieri, che possono essere concretissimi (Hegel), ma per il carattere della sua attività specifica che prescinde, o comunque non include, l’attività pratico-politica. La Chiesa cattolica la rifiuta per ragioni molto simili: la ricerca libera e indipendente dello spirito laico prescinde dalla realpolitik dell’ istituzione. Se la Chiesa cattolica difende la filosofia come disciplina scolastica lo fa perchè si tratta di un campo in cui le assurdità della mitologia cristiano-cattolica possono essere mascherate come espressioni di una filosofia del trascendente (grazie alla corruzione del concetto filosofico di “metafisica”). Ne segue che in entrambi i casi, se si vuol comprendere realmente il senso delle rispettive ideologie, occorre prenderne sul serio le oppostebasi pragmatiche e lo scontro di principio che ne deriva.

Note

(*) Il Catechismo promulgato l’11 ottobre del 1992 è il maggior frutto del Concilio Vaticano II: è lo sforzo di mettere insieme, come si usava nel Medio Evo, una “summa” del cattolicesimo (e della teologia); e di chiamarla “catechismo” ad indicare il dovere, per tutti i cattolici, di leggerlo e meditarvi su. Per chi abbia del “catechismo” l’idea (domandine e rispostine a specchio) che se ne fece al tempo della sua prima comunione, questo manuale enciclopedico della ortodossia cattolica è tutta una sorpresa. Si tratta di un vero capolavoro della divulgazione e della didattica (oltre che tipografico), fondato su ogni possibile fonte testuale e documentaria, in cui il lettore può trovare la risposta (ortodossa) a qualsiasi quesito (ammesso dall’ortodossia). Fra l’altro, è illuminante del metodo seguito dagli estensori che nel testo non esistano graduazioni di importanza fra gli argomenti ed i livelli della trattazione, tutti equiparati da un’unica puntigliosa numerazione progressiva.

(**) Per chi abbia della critica al cattolicesimo una idea sbrigativa il volume di Peruzzi costituisce una grossa sorpresa. Esso è un ottimo esempio di divulgazione, fondata su ogni possibile fonte testuale e documentaria. Il “laico” può trovarvi tutti i possibili argomenti contro l’ortodossia intesa come ideologia della Chiesa. Ciò che rende simpatico il volume è l’impianto sarcastico delle sezioni, che utilizzano le formule catechistiche per mostrarne la falsità: religione dell’uguaglianza, della gioia, dell’amore e della vita. In appendice, animate da un forte spirito volteriano, alcune questioni di fede (carità, peccato originale, infallibilità, santità). Il raffronto fra i due testi è un utile e divertente esercizio mentale (di iniqua condicio), sollecitato dallo stesso Peruzzi che, puntigliosamente, cita il Catechismo sulle questioni più rilevanti. Il libro sarà respinto in toto da chiunque professi qualche forma di cattolicesimo, ma difficilmente si potrà contestare la fondatezza testuale delle affermazioni.

(***) Se la natura dell’uomo consiste nell’ adempimento della volontà divina, intesa come un assoluto ontologico, la sua felicità, la sua libertà, tutta la sua moralità ne viene determinata in conseguenza: l’uomo ha dentro il suo cuore una legge scritta da Dio stesso (Catechismo, 1776). Ma appare difficile comprendere che quasi tutto ciò che costituisce la felicità dell’uomo “reale” venga proscritto come contrario alla volontà divina. Credo che resti sostanzialmente irrisolto (inconfessato) il motivo reale e profondo della feroce sessuofobia cristiano-cattolica. Invocare il maschilismo tradizionale della civiltà cui apparteniamo è giusto, ma non sufficiente: non si tratta infatti di discutere la posizione della donna nella società e nei confronti del potere maschile. Si tratta di ben altro: della svalutazione sistematica, di ogni forma di piacere fisico (di cui la sessualità è ovviamente espressione suprema), di cui la donna è coprotagonista. Tale svalutazione impone di privare la donna, sistematicamente, di tutte le qualità positive dell’essere umano, sino a indurre a chiedersi perchè mai Dio creatore l’abbia affiancata all’uomo e abbia affidato ad essa la suprema funzione procreativa. L’ideologia sessuofobica ed antiedonistica della Chiesa si trova dunque nella necessità di privare la donna di ogni elemento di fascino, che attraverso lei si trasmetta all’erotismo ed alla gioia inter-relazionale. La ragione profonda della sessuofobia clericale è, quindi, la necessità ideologica e istituzionale di privare gli esseri umani dell’ autonomia personale che li renderebbe padroni del proprio destino. E’ facile constatare che problemi come quelli del senso dell’esistenza, a cui la fede pretende di dare una risposta assoluta, si pongono solo quando l’uomo non gioisce (ci si chiede il perchè del dolore, sentito come ingiustizia e fallimento, non del piacere sentito come realizzazione di sè). E il “problema del senso della vita” sorge quando la vita stessa è percepita come priva di senso, e quindi esso lo si deve ricevere da fuori. Da qui la assoluta prevalenza delle filosofie pessimiste, negative, nichiliste che, nate nella tarda antichità, dominano la cultura europea degli ultimi due secoli. E che costituiscono il naturale brodo di coltura di tutte le filosofie della trascendenza e delle mitologie religiose. Le radici profonde della disperazione stanno, in negativo, cioè come elemento da rimuovere, nel meccanismo dell’alienazione oggetto delle più profonde riflessioni marxiane. In realtà l’essenza alienata delle reali condizioni di vita era già stata scoperta ed utilizzata (a modo suo in positivo) proprio dalla Chiesa cristiano-cattolica, che vi aveva fondato su l’ ipostatizzazione della trascendenza.

Sostiene Odradek (note dell’editore)

Posted on gennaio 15th, 2010 in | 2 Comments »

Intervento dell’editore Claudio Del Bello alla presentazione di venerdì 13 marzo 2009 alla libreria Odradek di Roma con il laico Mario Alighiero Manacorda e il cattolico Raniero La Valle.

Questa di oggi alla libreria Odradek di Roma è la n-sima presentazione-dibattito del libro di Walter Peruzzi, la prima essendo stata quella alla libreria Odradek di Milano.
E altre se ne annunciano. Fatto sta che sono gruppi e associazioni che le sollecitano, e che i presentatori non rischiano certo di esaurirne la vena.
La mole del libro, e della sua documentazione, d’altra parte, impediscono giudizi sommari sia del libro, sia del suo oggetto.
Permettetemi di fare due osservazioni riguardo alle reazioni che il libro ha suscitato.
Per la prima, occorre notare che le reazioni di parte laica e addirittura anticlericale non sono da tifo da stadio, anzi, l’accoglienza è fervida, composta, così che si può sostenere che i duemila anni di storia, l’evoluzione di una istituzione millenaria appunto, inducono al distacco e alla riflessione; mentre le prime reazioni di parte cattolica, sia pure di esponenti di una chiesa critica, di una chiesa “altra”, sono attente a rilevare nel testo, come occasioni di speranza, i momenti di discontinuità: tra tutti, il Concilio Vaticano II.
La seconda osservazione è che, comunque, mentre il libro non è italocentrico, purtroppo le reazioni rischiano di risentire del momento storico e della situazione politica italiana, stante la ripresa virulenta dell’ingerenza vaticana, dopo la lunga parentesi rappresentata dal pontificato di Wojtila.
Se l’oggetto è uno, i temi sono tanti e continuamente intrecciati. Se la tesi è precostituita, se l’autore è prevenuto, la ricchezza della documentazione, l’intrecciarsi dei temi, appunto, garantiscono nei confronti dell’unilateralità e assicurano una restituzione complessiva dell’oggetto. Mi spiego: Odradek ha pubblicato una Storia del dissenso sovietico di uno storico dell’Europa orientale, Marco Clementi, che fin dalle prime pagine tradisce una evidente simpatia per quel fenomeno. Ebbene, anche in questo caso, la mole della documentazione assicura la restituzione non unilaterale e comunque attendibile di un pezzo di storia, non solo russa – al punto che per lo meno l’editore ha potuto addirittura meglio considerare, se non apprezzare, l’operato del Pcus…
D’altra parte è un libro difficile da metabolizzare in poco tempo…
Ma è un libro aperto e amichevole per i suoi lettori, in cui cioè l’architettura non è vincolante perché l’impianto non è deduttivo, perché permette di entrarvi, e ritornarvi, da molte parti, grazie a numerosi apparati e a un generoso Indice analitico.
Credo anzi che possa essere un livre de chevet, un libro di consultazione; non un libro di storia, ma un libro in cui cercare gli antecedenti e le modificazioni di ciascuno di quegli impedimenti, di quegli impacci che hanno limitato e limitano non solo la libertà del cittadino ormai laico, ma anche quella del credente, o per lo meno di quei credenti che considerano la fede non un limite ma una risorsa per lo sviluppo della persona.
Come editore spero proprio che qualcuno se ne accorga.
Laici e credenti uniti nella lotta, non dico per la verità, ma per una maggiore comprensione, per la possibilità di dialogo: nel pubblico, nella politica, nel sociale, nel dibattito culturale, nella ricostruzione scientifica. Perché, al postutto, una cosa è una cosa e non un’altra cosa; se valeva per il vescovo Butler, potrebbe valere anche per i credenti.

Presentazione de “Il cattolicesimo reale”

Posted on gennaio 15th, 2010 in | No Comments »

di Gordon Poole. Recensione, in occasione dell’incontro di presentazione a Napoli, sul mensile di cultura dell’editrice Guida, maggio-settembre 2009

Il papato attuale sta portando a una sempre più marcata contrapposizione tra laicismo e quello che Walter Peruzzi chiama il “Cattolicesimo reale”: è il titolo di un suo recente libro (Odradek Editori), che fu presentato il 21 aprile 2009 nella sede della Libreria Guida a Port’Alba.
La presentazione fu occasione per un confronto, moderato da colui che scrive, tra due studiosi molto noti a Napoli: il prof. Pasquale Colella, giurista, tra l’altro direttore della prestigiosa rivista di ispirazione cattolica “Il tetto”; e il prof. Aldo Masullo, filosofo, autore di numerosi libri, fra i quali l’ultimo è Napoli siccome immobile.
Il libro di Peruzzi corre su un doppio binario: da una parte
è un’antologia di citazioni dei concili, papi, santi padri, e della
Bibbia stessa; dall’altra c’è l’accompagnamento del commentario – inquadramento storico e critica serrata – ai testi citati. Gli argomenti trattati nei singoli capitoli sono molti, tutti di attualità: schiavitù, questione sociale, donne, democrazia, Chiesa e Stato, sessualità, intolleranza, antisemitismo, omofobia, guerra e pace, tortura e pena di morte, diritti. Dal discorso di Peruzzi, ma soprattutto dalle dotte citazioni emerge una visione della Chiesa
cattolica romana che sarà senz’altro inquietante per molti fedeli, e tale da far del libro una filippica contro la pretesa della chiesa di presentarsi come autorità affidabile sulle problematiche affrontate, ma soprattutto contro quella di essere, nel corso dei secoli, coerente con se stessa.
Una questione di fondo che emerge dal testo è quella di una specie di doppia natura della Chiesa, la quale è un’istituzione
umana, quindi soggetta alle vicissitudini, le trasformazioni, gli
errori propri della condizione umana, ma è anche, per il credente, custode di verità divine, fondamentali, immutabili. E non è sempre facile, neanche per i fedeli, capire quando la Chiesa parla sub specie aeternitatis e quando risponde umanamente alle proprie esigenze istituzionali – economiche, politiche, di potere – del momento storico con pronunciamenti autorevoli che però talvolta tacitamente contraddicono precedenti pronunciamenti non meno autorevoli.
Non sorprende quindi che Peruzzi cerchi di dar rilievo, nel suo commentario ai passi citati, a questa difficoltà, che per lui è un’ambiguità del sistema Chiesa. Il pericolo di citare tendenziosamente le fonti cattoliche muove l’autore a fare molte citazioni nonché a citare passi lunghi per fugare il pericolo di un’insufficiente contestualizzazione che potrebbe falsare il senso dei documenti.


Presentazione de “Il cattolicesimo reale”

Posted on gennaio 15th, 2010 in | 3 Comments »

di Cathia. Resoconto dell’incontro tenutosi ai Calegheri a Venezia (dal sito UAAR di Venezia)

A cura dell’autore Walter Peruzzi si è tenuta la presentazione del libro “Il cattolicesimo reale”, martedì 7 aprile ai Calegheri, a Venezia.
Un libro “importante”, denso, ricco: una raccolta di documenti della bibbia, dei papi, dei dottori della chiesa, dei concili, per mostrare come è stato il cattolicesimo (reale, appunto) nella realtà dei proclami e dei fatti nella nostra storia. Quanta discordanza vi sia dal presunto messaggio di “amore cristiano” dall’esercizio del potere ecclesiastico perseguito, a volte, con efferata crudeltà.
Ma il vitale e simpatico Peruzzi, piacevolmente colorito nei modi e nel linguaggio esplicito, ha spiegato che con questo libro ha voluto anche mettere in discussione la base su cui si fonda tutta la dottrina cattolica e cioè il peccato originale. Un dio che tramanda una colpa dai padri ai figli, per l’eternità, trascinandoli nelle sofferenze della vita per punizione e costruisce tutto il “suo” sistema su questa premessa come può farsi portavoce di amore e di pietà? La sua accorata difesa dell’amore, del sesso gioioso e consapevole, contro la concezione peccaminosa che ne fa la chiesa, dell’uguaglianza tra gli uomini e con le donne, ha catturato l’attenta platea che più volte ha applaudito l’intervento del relatore.
La lettura dei documenti raccolti evidenzia il mantenimento, nei secoli, di dogmi e di convincimenti che alla fine penalizzano, invece di aiutare l’uomo ad emanciparsi in una società più giusta e serena.
Il libro di oltre 500 pagine, accattivante in una grafica che sottolinea i documenti e le pronunce dei papi con una manina con l’indice alzato in segno di autorità (di spada? simbolo fallico?), si divide in tre grandi parti, La religione -dell’uguaglianza, -della gioia, -dell’amore e della vita e in un’ Appendice, Questione di fede.
Il testo risulta di gradevole e interessante lettura sia come saggio che come riferimento per ricerche puntuali di documentazione storica. Lo consigliamo per tutti coloro che ricercano verso la religione un approccio di conoscenza che passi attraverso una critica della ragione e della razionalità.


L’insostenibile infallibilità dei papi

Posted on gennaio 15th, 2010 in | No Comments »

dalla recensione di Adriano Petta, pubblicata su “La Rinascita della sinistra”, giovedì 14 maggio 2009.

“Sant’Agostino, dottore della Chiesa, milleseicento anni fa nella Città di Dio affrontava il problema della schiavitù scrivendo: «La condizione servile è stata imposta all’uomo peccatore… perciò l’Apostolo consiglia che gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni e prestino servizio in coscienza con buona volontà». E così San Tommaso d’Aquino. E papa pio IX. E papa Leone XIII, quando ribadiva che la Chiesa non liberava gli schiavi, ma li educava a rispettare i padroni, per evitare possibilità di tumulti e di sollevazioni popolari.
Questo è solo l’inizio del volume
Il cattolicesimo reale attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili
, la cui particolarità è quella di far parlare proprio i testi, di far scaturire la critica della dottrina cattolica, il suo contrasto coi valori e diritti umani fondamentali e la sua fallibilità, proprio dall’esposizione che ne fanno i papi stessi, i concili, i dottori della Chiesa, i manuali cattolici. L’autore si limita a dei commenti distaccati e concisi, facendo opera di raccordo e di ricerca, ma il risultato che ne viene fuori è interessante. I passi della Bibbia, di bolle ed encicliche, di canoni dei concili, di brani dei dottori della Chiesa occupano la gran parte del testo, arricchito da un indice dei nomi e da un sommario che rendono molto agevole la ricerca dei passi citati, per argomento e per autore…”


Il cattolicesimo reale

Posted on gennaio 15th, 2010 in | No Comments »

segnalazione di Cesare Pianciola nel n. 1, 2009 di “Laicità” , trimestrale del Comitato torinese per la Laicità della scuola.

L’autore, direttore del bimestrale «Guerre&Pace», ha raccolto in oltre 500 fittissime pagine una imponente documentazione dottrinale e storica sulle posizioni della Chiesa cattolica circa la schiavitù, la questione sociale, la subordinazione delle donne, la caccia alle streghe, la repressione della sessualità, l’antisemitismo, l’omofobia, la guerra, la pena di morte, il rapporto tra Stato e Chiesa, facendo parlare i testi e ispirandosi a quanto scrisse Ernesto Rossi introducendo Il Sillabo e dopo: un libro anticlericale scritto direttamente dai pontefici romani. Il «cattolicesimo reale» del titolo si riferisce a quello depositato nella tradizione e rappresentato dalla dottrina ufficiale della gerarchia, una dottrina che secondo Peruzzi, nonostante gli aggiornamenti e i maquillage, è mistificatorio cercare di conciliare con i moderni ideali di eguaglianza, libertà, diritti e democrazia. Un’ampia appendice riguarda l’infallibilità e altre questioni dogmatiche connesse alle scelte tematiche del volume.