Minareti
Posted on gennaio 24th, 2010 in | No Comments »
Contro il perfido Maometto…
«Si risolve in offesa del nome divino e in disonore per la fede cristiana il fatto che in alcune parti del mondo soggette a principi cristiani, dove talora separati, talora frammischiati con i cristiani, abitano i saraceni, i loro sacerdoti… nei loro templi o moschee, dove gli stessi saraceni si radunano per adorarvi il perfido Maometto, invochino ed esaltino ad alta voce da un luogo elevato, in modo che sentano e cristiani e saraceni, il nome dello stesso Maometto, recitando pubblicamente alcune parole in suo onore… Perché non siano ulteriormente tollerati comportamenti simili in offesa della divina maestà, con il consenso del santo concilio, proibiamo… tali fatti in terre cristiane. Ingiungiamo… sotto la minaccia del divino castigo, a tutti e singoli i principi cattolici, nei cui possedimenti i saraceni abitano…di eliminare dalle loro terre tutto ciò… e di curare che anche i loro sudditi facciano altrettanto».
Concilio ecumenico di Vienne (1311-12)
Contro la nazione “deicida”…
«Il santo concilio, seguendo le orme del nostro salvatore Gesù Cristo, cerca con profonda carità che tutti pervengano alla conoscenza della verità evangelica… A questo scopo stabilisce in primo luogo che tutti i vescovi… diano incarico a persone bene istruite nella sacra scrittura di predicare nelle località abitate dai giudei o da altri infedeli… Gli infedeli di entrambi i sessi e in età di capire siano obbligati a ascoltare questa predicazione con la minaccia di proibire loro il commercio con i fedeli o con altre pene opportune… Sotto la minaccia di pene gravi [gli ebrei] siano costretti a portare un abito che li distingua a prima vista dai cristiani… siano obbligati a abitare in luoghi separati e quanto più lontano possibile dalle chiese…»
Sessione XIX del concilio ecumenico di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma (1431-35)
Contro la libertà di culto in genere
«Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato»
Gregorio XVI, enciclica “Mirari vos” (1832)
«In questo tempo si trovano non pochi i quali… non dubitano di affermare “essere ottima la condizione della società nella quale non si riconosce nell’Impero il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica”… non temono di caldeggiare l’opinione… dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio, cioè “la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo” …»
Pio IX, enciclica “Quanta cura” (1864)
«In primo luogo notiamo nelle singole persone un atteggiamento che è profondamente contrario alla virtù religiosa, ossia la cosiddetta libertà di culto. Questa libertà si fonda sul principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna… La stessa libertà, se considerata nell’ambito della società, pretende che lo Stato non faccia propria alcuna forma di culto divino e non voglia professarlo pubblicamente; pretende che nessun culto sia anteposto ad un altro, ma che tutti abbiano gli stessi diritti, senza tener conto della volontà popolare, se il popolo si dichiara cattolico…
[è invece] necessario che la società civile, proprio in quanto società, riconosca Dio come padre e creatore suo proprio, e che tema e veneri il suo potere e la sua sovranità. Pertanto, la giustizia e la ragione vietano che lo Stato sia ateo o che – cadendo di nuovo nell’ateismo – conceda la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti ad ognuna indistintamente.
Dunque, dal momento che è necessaria la professione di un sola religione nello Stato, è necessario praticare quella che è unicamente vera e che non è difficile riconoscere, soprattutto nei Paesi cattolici, per le note di verità che in essa appaiono suggellate…»
Leone XIII, enciclica “Libertas” (1888)
«La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto – che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo – di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste»
Pio XI, enciclica “Quas primas” (1925)
«Culti “tollerati, permessi, ammessi”: non saremo noi a fare questione di parole… purché sia e rimanga chiaramente e lealmente inteso che la religione cattolica è, e sol essa, secondo lo Statuto e i Trattati, la religione dello Stato, con le logiche e giuridiche conseguenze… segnatamente in ordine alla propaganda… Anche meno ammissibile ci sembra che si sia inteso assicurare assoluta libertà di coscienza… Se si vuol dire che la coscienza sfugge ai poteri dello Stato… che, in fatto di coscienza, competente è la Chiesa ed essa sola… viene con ciò stesso riconosciuto che in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione, devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica…»
Pio XI, lettera al segretario di stato (30 maggio 1929)
Contrordine fratelli
Dopo l’esito dell’aberrante referendum svizzero contro i minareti, il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, mons. Antonio Maria Vegliò, ha fatto sapere di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che ieri hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione».
Questa “svolta” della Chiesa a favore della libertà religiosa risale al Vaticano II, ossia ad appena cinquant’anni fa, dopo una storia bimillenaria che sosteneva il contrario. Ci si sarebbe quindi atteso che la Chiesa avesse onestamente ammesso di aver sbagliato per secoli professando false dottrine, che sono corresponsabili degli stereotipi antisemiti o antislamici e dell’intolleranza religiosa oggi diffusi nell’Occidente.
Al contrario Benedetto XVI, nel Discorso alla curia per gli auguri natalizi del dicembre 2008, ha avuto l’impudenza di ascrivere la libertà di coscienza al “più profondo patrimonio della Chiesa”: «Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi… I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede… e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza… Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità ».
Così, declassate a decisioni “storiche” quelle che sono stati solenni e reiterati enunciati dottrinali di papi e concili ecumenici – dal IV al XX secolo! – si afferma che la “discontinuità” col passato di intolleranza e di repressione, ossia il vistoso dietrofront odierno, è solo “apparente”.
Minareti e crocifissi
Nel che, ossia nel ritenere che l’odierna conversione della Chiesa alla “libertà di culto” sia solo apparentemente “discontinua” col passato, un qualche fondo di verità c’è, anche se in senso esattamente contrario a quel che intende Benedetto.
La discontinuità è almeno in parte apparente perché pur affermando la libertà per tutti i culti, la Chiesa di Roma continua a voler essere “più uguale degli altri”. Così il voto contro i minareti offre occasione alla Chiesa per equipararsi vittimisticamente ai musulmani: loro per via dei minareti, i cattolici per via dei crocifissi.
“Il segretario generale mons. Felix Gmur, ha espresso ieri, a caldo, in una intervista alla Radio Vaticana, il disappunto dei vescovi elvetici per il no alla costruzione di nuovi minareti, che ha associato alla sentenza della Corte europea sui Crocifissi in Italia: «Entrambe le posizioni si basano sulla convinzione, errata, – ha spiegato – che la religione debba essere solo ’un fatto privato’, e per un cristiano questo non è possibile” (“La stampa”, 30 novembre 2009).
Accostamento del tutto ridicolo in quanto un territorio – dove possono liberamente coesistere e in molti paesi del mondo coesistono sedi politiche, associazioni culturali, chiese, sinagoghe, balere, moschee – è altra cosa da un muro su cui si pretende che ci stia un simbolo solo, quello di una data religione. Cosa che appunto contraddice a quel pluralismo e a quella libertà di culto che viceversa la compresenza di campanili, pagode e minareti testimonia.
Il che mostra che la libertà di culto si offusca rapidamente nella testa di un cattolico diventando voglia di preminenza del suo culto e dei suoi simboli, usati per “marcare il territorio”.
La democrazia dei pogrom
E’ la stessa confusione (mi si consenta questa postilla fuori tema) che fanno a proposito della “democrazia” alcuni improbabili figuri come i razzisti padani o il picchiatore sanbabilino vicesindaco di Milano, quando – ringalluzziti dall’esito del referendum svizzero – invocano il libero pronunciarsi del “popolo” su moschee, minareti e crocifissi.
Nessuno ha spiegato a costoro che non si possono mettere ai voti i diritti civili e i diritti umani, come appunto la libertà di culto; che non si può effettuare un pogrom (come quello di Ponticelli, appoggiato da Bossi) anche se lo chiede il popolo; né introdurre – solo perché lo vuole la maggioranza – il cannibalismo.
1 dicembre 2009

